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DISCHI

Destroyer: Kaputt (2011 - Merge)

"Un opera tutto sommato leggera, assolutamente accessibile e guilt-free, nonché una grande lezione di songwriting ma soprattutto di grande stile"

di Luca Falzetti

  il giudizio: 8/10

GENERE: chamber-pop, soft-rock.

PROTAGONISTI: Daniel Bejar, ovvero uno degli epicentri della scena musicale canadese. In giro da ormai quasi tredici anni, oltre ad aver fondato il progetto Destroyer, nel corso della sua carriera Dan ha anche fatto parte di diversi collettivi, primo fra tutti i celeberrimi New Pornographers. Meno famoso in Europa, Dan Bejar è negli Stati Uniti ed in Canada un vero e proprio oggetto di culto, tanto da vantare anche un progetto 'wiki' dedicato a raccogliere la totalità delle sue liriche ('Deftone.com/destroyer').

SEGNI PARTICOLARI: ad essere sinceri, comincia a diventare complicato approcciare per la prima volta la discografia di Dan senza sentirsi un po' spaesati. 'Kaputt' è, infatti, l’undicesimo full-lenght a nome Destroyer. Se poi si considerano anche tre EP e gli svariati dischi realizzati con New Pornographers e Swan Lake, siamo di fronte a molte ore di musica. Generalmente, la critica è spaccata a metà tra 'Streethawk: A Seduction' (2001) e 'This Night' (2002) su quale sia il suo album migliore, con 'Destroyer’s Rubies' (2006) a seguire subito dopo. Il precedente, 'Trouble In Dreams' (2008), aveva avuto a sua volta un ottimo riscontro.

INGREDIENTI: per gli affezionati di vecchia data, l’ascolto di 'Kaputt' potrebbe essere un piccolo shock. Considerato lo stile consolidato che da molti anni caratterizza gli album a nome Destroyer, le sonorità presenti in questo nuovo episodio sono decisamente un bel cambiamento. 'Kaputt' è
composto infatti da morbide chitarre, assoli di sassofono, cori femminili e ritmiche classic-disco, come se ci fossimo svegliati con il mal di testa in una tiepida domenica mattina degli anni ottanta, dopo un sabato sera passato a bere. I suoni volutamente ovattati e contornati di light-jazz creano un’atmosfera dal deciso gusto retrò e dal pronunciato sex appeal, che ricorda vagamente il glam di Marc Bolan e David Bowie, ma anche le colonne sonore di quelle commedie leggere che tanto andavano di moda in Italia negli '80S, interpretate regolarmente da Jerry Calá.

DENSITÀ DI QUALITÀ: la prima buona notizia è che il livello di songwriting a cui Dan ci ha abituato viene mantenuto anche in 'Kaputt'. Le sue liriche tipicamente intricate e misteriose non sembrano vedere un calo rispetto ai suoi episodi più fortunati, come dimostra ‘Blue Eyes’, dove
nell’insensatezza generale Dan lancia ogni tanto messaggi chiari e precisi: "I write poetry for myself", ma anche "Don’t be ashamed or disgusted with yourself", che centrano puntualmente il bersaglio. La seconda buona notizia è che l’interpretazione dei pezzi di 'Kaputt' è portata da Dan ai suoi massimi livelli. Bejar sfrutta il suo carisma tutto particolare per rendere i pezzi sinuosi, ammiccanti, divertenti, praticamente li prende per mano li accompagna fino a farli sciogliere nelle calde chitarre di ‘Savage Night At The Opera’ o nelle snelle linee di basso di ‘Downtown’. La forma canzone viene leggermente destrutturata, usando pochi accordi ripetuti in loop e senza rispettare il solito minutaggio, con canzoni che vanno dai classici quattro minuti fino agli otto o addirittura gli undici, come la finale ‘Bay Of Pigs (Detail)’, senza mai però rinunciare ai ritornelli, alcuni particolarmente riusciti come quello di ‘Chinatown’. Mentre il primo impatto può essere un pochino straniante, dopo qualche ascolto è veramente difficile resistere al fascino con il quale Bejar ha confezionato questa raccolta di canzoni, ricche di spunti e momenti genuinamente ispirati. Ma soprattutto è impossibile non farsi assorbire dalle calde, pigre atmosfere che avvolgono piacevolmente le nove tracce del disco. Un opera tutto sommato leggera, assolutamente accessibile e guilt-free, nonché una grande lezione di songwriting ma soprattutto di grande stile.

VELOCITÀ: la seconda parte del disco è forse leggermente più soporifera della prima, ma l’intento è proprio quello di creare ‘atmosfera’ senza dover per forza dover tenere l’orecchio incollato. Gli inserti di elettronica inoltre spezzano spesso dal torpore che avvolge i suoni.

IL TESTO: "I wrote a song for America. They told me It was clever."

LA DICHIARAZIONE: “E’ assolutamente una delle cose più destrutturate che abbia mai fatto. Ci sono versi nelle canzoni, ma non c’è relazione con il verso precedente se non il fatto di essere scritti nella stessa chiave.

IL SITO: 'Mergerecords.com/artists/destroyer'.