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DISCHI

Sigur Ros: Valtari (2012 - Parlophone)

"Un disco che cresce nel solco di una tradizione consolidata, senza particolari guizzi o slanci, e che pur tuttavia è di alto livello"

di Marilù Cattaneo

  il giudizio: 7/10

GENERE: icelandic mood. Ovvero quel genere creato dai Sigur Ros che mi piace chiamare "jonsispleen".

PROTAGONISTI: Jonsi è un leader troppo carismatico per non essere menzionato quando afferma che gli ultimi due dischi erano “troppo allegri” ed era il momento di fare qualcosa di nuovo (affermazione piuttosto discutibile); il bassista Georg Hòlm corregge il tiro affermando che il nuovo disco contiene “più roba elettronica dei precedenti”.

SEGNI PARTICOLARI: sesto disco in studio dei Sigur Ros, preceduto da una strepitosa campagna di lancio, per cui l’intero disco è stato disponibile in streaming prima della sua uscita ufficiale. Scelta coraggiosa, ma che pare aver premiato Jonsi e soci, visto che il preorder del nuovissimo disco sta andando più che bene. La musica ai tempi di twitter, e '#valtarihour' è stato un hashtag di successo sia per avere un feedback immediato del disco sia per far parlare di sé. Twitto, (un tralasciabile ergo), sum.

INGREDIENTI: una figura retorica che amo moltissimo è l’ossimoro, la cui etimologia è un composto di acuto ed ottuso, e questo sintetizza chiaramente 'Valtari'. È un disco che non delude le aspettative, se ami i Sigur Ros, sebbene non sia la svolta preventivata da Jonsi nelle sue dichiarazioni, ma contemporaneamente non è un lavoro che avvicinerà chi fin qui non se li è filati.

DENSITÀ DI QUALITÀ: abbandonando le ultime vestigi di oggettività, posso dire che a me questo lavoro è piaciuto, ma non al punto da non rimarcare ed evidenziare i suoi limiti oggettivi: un disco che cresce nel solco di una tradizione consolidata, senza particolari guizzi o slanci, e che pur tuttavia è di alto livello. Ogni brano è ridondante e maestoso, quasi barocco, dove deve esserlo ed essenziale e glaciale dove è giusto che sia, i suoni e gli effetti sono dosati, chiari e cristallini come ce li si aspetta. Un limite forzato e una forza limitante, giusto per restare in tema di figure retoriche. La prima traccia, 'Ég Anda', con google translator scopro che significa “respiro”. Un’apertura significante e densa, come se con questo brano si volesse delineare (letteralmente) la scansione del lavoro; è un po’ un volersi dire: questo è quello che vi dovete aspettare, è il corpo del disco che si delinea attraverso un atto vitale ed essenziale. Nulla vieta che le cose potrebbero cambiare, ma nulla vi fa presagire che le cose cambieranno. A ben vedere tutto l’album si dipana su questo filo invisibile, quasi funambolico. La seconda traccia, 'Ekki Mukk' (primo singolo uscito il 26 marzo accompagnato da un video sensazionale di Inga Birgisdottir, sorella di Jonsi e prima autrice del progetto low budget 'The Valtari Mystery Film Experiment', per cui ad alcuni film-maker è stato affidato il compito di dare immagini alle sensazioni di 'Valtari') è un saggio di politica jonsiana, dove la sua voce efebicamente potente è utilizzata come se fosse un vero e proprio strumento. Questo, a mio parere, è forse il brano più carismatico dell’album, sebbene non necessariamente il più bello (ma io sono una ragazza cinematografica, e per sempre questo brano sarà una barca che passa all’orizzone sospesa nello spazio e nel tempo). 'Varúð' ("Attenzione"), la terza traccia, è invece un pezzo più che corale, quasi orchestrale. In modo particolare gli archi sono un contrappeso perfetto, e anche la sezione dei ritmi indica che questo brano è stato composto in un perfetto stato di grazia. Non è solo un parere mio, ma 'Varúð' sembra davvero essere l’espressione più riuscita di 'Valtari'. Il crescendo – senza il supporto vocale di Jonsi – ha la sacralità di un’attesa che si è compiuta, un po’ come quando, nel 2010, il vulcano Eyjafjallajökull eruttò. Ecco, la forza creatrice è la stessa: le avvisaglie che qualcosa sta per compiersi, il montare, il crescere, e finalmente l’esplosione. Fin qui, “più roba elettronica che negli altri lavori” non se ne è sentita molta. Ci provano con dei timidi accenni nella quarta traccia, 'Rembihnútur', ma senza stravolgere l’idea di rarefazione sigurossiana che ci si è fatti un questi anni, e il pezzo sembra avere un solido impatto classico. Certo, per essere bello e partecipato lo è, ma rimane la sensazione che – almeno qui – avrebbero potuto rischiare di più. 'Dauðalogn' e 'Varðeldur' sono due brani camaleontici e controversi. L’ascolto deve essere per forza emozionale, per poterlo apprezzare. Parlare di tecnica, qui e ora, è un po’ come inserire un concetto sofistico, inteso come un’argomentazione fallace in un ragionamento altrimenti valido. Le viscere prendono il sopravvento sull’intelletto. Semplicemente. Poi si può star qui a discutere all’infinito sul fatto che la seconda parte di questo album sembra avere qualcosa in meno rispetto a quanto promesso, ma è come quando guardi un funambolo che cammina su un filo: non sai mai se lo stai guardando perché speri che ce la faccia o perché lo vorresti vedere cadere. Per parlare di 'Valtari', la penultima traccia che dà il titolo all’intero album, mi è venuta in mente un’immagine geografica, ovviamente islandese, che però non ha nulla a che vedere con i vulcani, ma con una strada, conosciuta come ring road, che parte da Reykjavík, tocca tutte le città anche solo vagamente abitate, e torna a Reykjavík, descrivendo nel contempo un cerchio perfetto. Questo brano è così: sembra che non ti porti da nessuna parte, per 8 minuti e 18 secondi, ma in quel non portarti da nessuna parte ti porta ovunque. 'Fjögur Píanó' è forse la canzone più furba di 'Valtari', quella che deve chiudere il lavoro straziandoti, ma con tutta la calma possibile. È una ninna nanna per gli abbandonati, la consolazione dei derelitti, l’ultimo bicchiere bevuto al bancone di un bar triste. No, non sono obiettiva e so di non esserlo, ma perdonatemi. E versatemi una vodka in un bicchiere spaiato.

VELOCITÀ: un viaggio a piedi, ovunque, senza orologio e senza bagagli. Ogni tanto inciampa, ogni tanto scivola, ogni tanto tiene il passo e ti porta in posti inaspettati e rarefatti. La sua imperfezione è la sua forza che è una debolezza. Ma bellissima.

IL TESTO: un album tutto in islandese, credo di essere più che giustificata se mi astengo.

LA DICHIARAZIONE: Georg Hòlm: “Ora posso dire che è l'unico disco dei Sigur Ros che ho ascoltato con piacere a casa subito dopo averlo finito."

IL SITO: 'Sigur-ros.co.uk/valtari'