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Keaton Henson: Dear... (2012)

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Keaton Henson: Dear... (2012 - Oak Ten)

"Un cristallo ancora decisamente troppo grezzo, la cui luce è ancora imprigionata da strati non levigati"

di Guia Cortassa

  il giudizio: 7/10

GENERE: folk cantautorale.

PROTAGONISTI: Keaton Henson, timido cantautore londinese classe 1988.

SEGNI PARTICOLARI: quello del break-up record, ormai, è quasi un topos letterario. Dischi nati nell’isolamento di un luogo chiuso, dedicati a una ragazza, che quasi sicuramente ha abbandonato il cantautore per un altro uomo. Registrazioni in solitaria, con strumenti improvvisati; demo nati più come terapia di auto-aiuto, che non veramente per essere diffusi nel mondo. 'Dear...' non fa eccezione, anzi. Tre puntini di sospensione al posto di un nome femminile, come l’apertura di una lettera scritta per non essere mai spedita. Narra, infatti, la leggenda che solo capitando tra le mani della migliore amica di Henson il disco abbia trovato una strada verso il pubblico.

INGREDIENTI: pene d’amor perduto, temporali, aerei. Quattro mura. Una chitarra. Una matita.

DENSITÀ DI QUALITÀ: registrato in un appartamento a Heathrow, sfruttando il frastuono delle piste e il rombo degli scrosci britannici come background per le 10 tracce, con solo aiuto esterno dei backing vocals di Anna Singleton, 'Dear...' offre su un piatto d’argento il paragone con IL mirabile precedente statunitense. Ma basta un singolo ascolto per scoprire la diametrale distanza dei due dischi. Henson, timido fino alla patologia (tanto da non essere mai riuscito a suonare live in presenza di pubblico), più che inventarsi un buen retiro, cerca uno spiraglio verso l’esterno. Un album figlio di una rabbia che rimane dentro fino alle lacrime, non sfogata, silenziosa e lancinante – non a caso, l’apertura è affidata alla canzone simbolo del disco, quella 'You Don’t Know How Lucky You Are' che tanto ricorda i Blur di 'No Distance Left To Run' (altra break-up song da antologia); la voce trema, quasi fino a essere rotta dal pianto, mentre chiede: “Lui sa chi sei? Il suo amore ti fa girare la testa?”. La chitarra, solitaria, arpeggiata ossessivamente, come un mantra, per tutta la prima metà del disco, fa del cantautore inglese un Josh T Pearson più giovane e ingenuo. È in 'Small Hands', miglior pezzo del disco, arricchita da altri strumenti e voci, così come in 'Not That You’d Even Notice', che comincia a farsi evidente il grande limite di questa auto-produzione, limite imprescindibile per non snaturare la natura dei brani, ma indubbiamente colpevole di rendere una buona canzone come 'Flash And Bone', imbarazzantemente à la James Blunt. Tutt’altro che sofisticato, 'Dear...' è un cristallo ancora decisamente troppo grezzo, la cui luce è ancora imprigionata da strati non levigati.

VELOCITÀ: quella dei cambi di umore di un cuore infranto.

IL TESTO: “Does his love make your head spin?”, da 'You Don’t Know How Lucky You Are'.

LA DICHIARAZIONE: a 'Culturecompass.co.uk': “C’è un numero sorprendente di alti e bassi, nell’album, per quanto riguarda l’umore. Ho voluto che guidasse attraverso le emozioni in modo aderente, per questo appena sembra diventare un po’ più positivo, immediatamente ti riporta di nuovo nel baratro.

IL SITO: 'Keatonhenson.com'.