Green Day: 'Revolution Radio' (2016)
Reprise

Voto: 6/10

Green Day: 'Revolution Radio' (2016)

"La pericolosa china discesa con l’obbrobriosa trilogia che ha preceduto questo disco l’hanno risalita alla grande"

di Michele Corrado

Genere: punk-rock.

Protagonisti: Billie Joe Armstrong a chitarra e voce, Mike Dirnt al basso e ai cori e Tré Cool alla batteria.

Segni particolari: i tre sono insieme da ormai ventisei anni. Era difatti il 1990 quando Tré Cool si aggregava alla combriccola per non lasciarla più, andando difatti a comporre una delle formazioni punk che, tra altissimi e bassissimi, si sarebbe rivelata tra le più celebri e longeve della storia. Curiosità: nonostante decenni di onorata carriera, 'Revolution Radio' è il primo disco interamente realizzato negli studi di proprietà della band.

Ingredienti: nella musica dei Green Day dal 2003 dell’opera rock 'American Idiot' ad oggi è cambiato poco e nulla. Riff scoppiettanti e singalong come piovessero dal cielo dunque, in aggiunta ai soliti testi politici, un po’ faciloni ma sempre dritti al punto.



Densità di qualità: fa un po’ strano recensire un nuovo disco dei Green Day nel 2016, non tanto per l’anno che corre quanto per gli anni che ha chi vi scrive, trenta. Perché se da una parte l’indolenza punk un po’ c*zz*na del gruppo rende la loro proposta senza tempo, dall’altra c’è da considerare che questa faccia presa quasi solo su fette di audience molto giovani. Per farla breve: i Green Day invecchiano, il loro pubblico no. Questa peculiarità del trio capitanato da Billie Joe Armstrong è insieme la croce e la delizia di 'Revolution Radio', che farà scatenare orde di giovani fan, pronti a far registrare sold out su sold out al tour di lancio, ma ai vecchi fan ricorderà gli antichi fasti, senza, inutile dirlo, riuscire a replicarne la grandezza. La title-track è ad esempio un’ottima canzone da battaglia, ma nulla che possa eguagliare la potenza anthemica di una ‘American Idiot’, così come l’andamento candenzato di 'Say Goodbye' sa travolgere, ma impallidisce davanti alla memoria di una ‘Hitchin A Ride’, tanto per fare due esempi. Vanno tuttavia fatti i conti col fatto che il dodicesimo disco dei californiani non contiene canzoni sbagliate e che qualche brano è capace di fare battere il cuore anche dei passatisti più oltranzisti. Come resistere, ad esempio, al melodico magma chitarristico della nostalgica 'Outlaws'? Che altro dire: non saranno più quelli degli anni '90, così come non sono più nemmeno quelli del sensazionale concept del 2003, ma la pericolosa china discesa con l’obbrobriosa trilogia che ha preceduto questo disco l’hanno risalita alla grande.

Velocità: 12 brani in 44 minuti, al solito belli spediti.

Il testo: "Outlaws / When we were forever young / When we were outlaws / We're outlaws of redemption, baby / Hooligans / We destroyed suburbia / When we were outlaws / Outlaws of forever", da 'Outlaws'.

La dichiarazione: "Non ho mai visto tanto caos in delle elezioni quanto ne ho visto nelle ultime presidenziali americane". Bille Joe sullo scontro elettorale Clinton Trump.

Il sito: Greenday.com


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