Peter Doherty: 'Hamburg Demonstrations' (2017)
BMG

Voto: 7/10

Peter Doherty: 'Hamburg Demonstrations' (2017)

"L’esilio tedesco ha riportato alla luce il talento più genuino di Pete Doherty"

di Vincenzo Papeo

Genere: cantautorato, folk-rock.

Protagonisti: Peter Doherty (voce, chitarra, piano, armonica, basso).

Segni particolari: secondo album solista per il controverso artista britannico, che fa apparire la consonante finale magica ad ogni uscita libera dai Babyshambles e dai Libertines. L’ultimo episodio attestabile a questo nome fu l’indimenticato ‘Grace/Wasteland’ di ben sette anni fa. Passa davvero in fretta il tempo anche per Pete, che è reduce da una rimpatriata molto positiva con il suo gruppo più iconico (‘Anthems for Doomed Youth’ dei Libertines è dell’anno scorso), e da una improbabile riabilitazione dalle droghe andata positivamente a segno in Thailandia. ‘Hamburg Demonstrations’ prende il nome dai sei mesi trascorsi nella città tedesca di Amburgo, dove si è auto-esiliato per comporre e collaborare col produttore Johann Sheerer (Faust, Omar Rodriguéz-Lopéz) negli studi Clouds Hill Recordings.

Ingredienti: una strada, percorsa nel giro di tre anni, conduce alla realizzazione di questo disco. La cifra stilistica nella quale racchiudere il lavoro è un intreccio delle composizioni migliori, tra quelle realizzate da Pete, in ‘Sequel To The Prequel’ dei Babyshambles (2013, non a caso inizialmente concepito come un album solista di Doherty) e nell’ultimo, già citato, album dei Libertines. Volete un paio di esempi? Provate a confrontare l’incipit di ‘Kolly Kibber’ con l’arpeggio che apriva, e su cui si poggiava interamente ‘Picture Me In a Hospital’ dell’ultimo lavoro degli 'Shambles, troverete sicuramente una forte analogia. Un altro indizio lo fornisce sicuramente il riarrangiamento, in una direzione meno brit, rallentata e caratterizzata dalla presenza degli archi e dalle tastiere, come dall’assenza del basso, del singolo di lancio (‘I Don’t Love Anyone (But You’re not Just Anyone) V2’). Una sorte che era toccata anche ad un altro pezzo, diventato presto iconico, figlio della produzione bulimica ‘minore’ di Doherty: ovvero ‘You’re My Waterloo’, in seguito riarrangiato orchestralmente e inserito in ‘Anthems For Doomed Youth’. Nella tracklist è presente anche il bellissimo duetto con Suzie Martin, ‘Birdcage’, già ascoltato precedentemente in versione demo e qui riadattato in versione garage-rock. Come abbiamo imparato, i lavori solisti di Doherty sono un’occasione per dare spazio alla propria inclinazione folk e, particolarmente in ‘Oily Boker’ e nella conclusiva ‘She Is Far’, questa è stata generalmente soddisfatta.



Densità di qualità: il talento di Pete Doherty è un fattore che è stato messo in discussione molto frequentemente, nel corso degli anni, più per vicende controverse legate alla sua sfera privata che per motivazioni calzanti. Quando si tratta di alzare la paletta e giudicare l’artista Doherty può dividere, ma è raro che lasci indifferenti. Non è affatto scontato, questo suo secondo lavoro, e in certi punti la forma canzone è (de)strutturata appositamente per regalare delle gradevoli epifanie. Ciò che emerge inizialmente è una commistione linguistica (nella opener ‘Kolly Kibber’ e nella clashiana ‘Down For The Ounting’) che orienta, al posto di spiazzare, l’ascoltatore e l’opera in questione in un raggio più ampio di quello albionico, una dimensione figlia del nomadismo del quale Doherty è ormai abituato. L’esilio parigino del bucolico ‘Sequel To The Prequel’ rappresentava i primi passi confusi dell’autore, dopo parecchio tempo, verso un percorso creativo emancipato dall’eroina e da tutte le valvole utili ad alterare le percezioni dell’autore, e in grado dunque di ispirare. In questo episodio le premesse erano di poco conto, il timore sacrosanto era quello che il manierismo potesse prendere il sopravvento sull’originalità delle composizioni, invece ritroviamo un lavoro che dispensa preziosismi e dimostrazioni di uno stile unico nella maggior parte delle tracce. Potremmo citare ‘I Don’t Love Anyone (But You’re not Just Anyone)’, traccia che avrebbe cannibalizzato molte delle canzoni presenti nella tracklist di ‘Grace/Wasteland’, nella sua struttura ritmica ben articolata descrive un autore molto ispirato. Un'altro segmento molto rilevante è ‘Oily Boker’, diversificata da una vitalità spensierata (addolcita brillantemente dall’armonica) e da una sezione rabbiosa e tormentata che emerge nel pre-chorus. I temi ricorrenti spaziano dal consueto patriottismo, al romanticismo straziato, agli amici irrimediabilmente perduti (‘Flags Of The Old Regime’ è dedicata ad Amy Winehouse), al terrorismo (la satirica ‘Hell To Pay At The Gates Of Heaven’ è stata composta poco dopo gli eventi del Bataclan). Ci sono anche momenti di calo, in cui il ‘già sentito’ rasenta la noia, come ad esempio in ‘The Whole World Is Our Playground’ o in ‘A Spy In The House Of Love’, ma tutto sommato l’esilio tedesco ha riportato alla luce il talento più genuino di Pete Doherty e ‘Hamburg Demonstrations’ si rivela nella sua interezza un’opera molto godibile.

Velocità: 11 tracce in 39 minuti.

Il testo: "Sorry Dad for the good times that I had / 
They made me look so bad / Sorry mum / 
I'm sorry for the good things that I've done /
 It gave you hope when there was none", le parole significative di 'Down For The Ounting', dedicata ai suoi genitori.

La dichiarazione: in una intervista di giugno al NME Pete, che all’epoca della strage del Bataclan viveva a Parigi, ci racconta quello che pensa del fenomeno del fondamentalismo islamico: "Stanno dichiarando guerra alla loro idea che hanno dell’occidente decadente, e a Satana. Loro credono che Satana controlli i nostri politici, la nostra produzione e le decisioni che sono prese da chi è al potere. E sono disposti a morire per essa, credono di essere loro le vittime."

Il sito: Albionrooms.com


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