Sohn: 'Rennen' (2017)
4AD

Voto: 7/10

Sohn: 'Rennen' (2017)

"I suoi colpi da KO li assesta, lasciandoci quindi l'amaro in bocca per l’occasione sprecata"

di Michele Corrado

Genere: alternative R&B.

Protagonisti: Sohn aka Christopher Taylor, che come sempre fa tutto da se.

Segni particolari: 'Tremors' del 2014, con le sue basi raffinate e le acrobazie vocali di Christopher Taylor, ci aveva fatto gridare al miracolo, rivelando finalmente un autore che, tra tutti i figliocci della formula magica di James Blake, brillasse di luce propria. Su queste pagine valutammo quel disco con un altisonante 9 e cominciammo ad aspettare, nuovi segni di vita e nuove canzoni. 'Rennen', custodito da una elegantissima copertina in stile geometrico minimale, è il buon frutto di quell’attesa. Lo diffonde, di nuovo, la 4AD.

Ingredienti: 'Rennen' in tedesco vuol dire correre. E di traguardi in questi tre anni SOHN ne ha tagliati molti: la crescente notorietà, il trasferimento da Vienna a LA e, su tutti, l’arrivo di un bambino. E così Taylor deve essersi detto che formula vincente non si cambia. Ma deve anche averci creduto un po’ troppo, al punto da adagiarcisi. Ne è venuto fuori che questo è un po’ un disco fotocopia del suo esordio. Qualche novità arriva invece dal punto vi sita lirico, che vede Sohn spingere decisamente sul lato politico. 'Proof' è un pezzo ambientalista che avrebbe potuto passarglielo l’ultimo Anthony.



Densità di qualità: non fraintendeteci, non si tratta di un disco inutile, anzi, e come potrebbe esserlo con la classe e la vocalità che il Tizio si ritrova. Ma quando le sue canzoni non spiccano per intensità o per quell’evoluzione che ti lascia con gli occhi sbarrati, si incappa nella sensazione del 'brodino'. E questo, la mancanza di troppe soluzioni, ormai lo sapete, è un po’ il problemaccio che affligge tutto il filone alternative R&B. 'Falling', ad esempio, è un bel pezzo, ma le rapide di moog che ne inondano il finale potrebbero essere portate in giudizio per plagio sia da James Blake che da John Grant. Se ci arrabbiamo e facciamo così i puntigliosi è però proprio perché 'Rennen' i suoi colpi da KO li assesta, lasciandoci quindi l'amaro in bocca per l’occasione sprecata: l’intro marziale di 'Hard Liquor', per esempio, chiarisce la questione da subito: le basi di Sohn come sempre sono un qualcosa di micidiale. Ritmiche squadrate, tastiere e spazi vuoti di una raffinatezza asettica (del resto Chris è un pupillo di casa 4AD). La sua voce intensa e tecnica, duttile nel coprire tutti i registri tipici dell R&B, è il valore aggiunto. Pezzi intimi come 'Signal' e la title-track, spogliandosi quasi interamente della coltre di beat, ce la mostrano nella sua abbagliante nudità che ti scioglie il cuore. Ma c’è anche il singolone 'Conrad', del quale si potrebbero accorgere anche le classifiche, o perlomeno le playlist Spotify più arty. Ma, soprattutto, ci sono le eruzioni di synth improvvise della conclusiva 'Harbour', che, con altre robe qua e là, fanno tremare casse e gambe.

Velocità: 10 brani in 37 minuti molto vari.

Il testo: "And I love you but I really have to go/My faith/My faith/My faith don't mean a thing", da 'Rennen'.

La dichiarazione: "La mia musica è una magnificazione della mia personalità, è il migliore vestito che abbia mai avuto.".

Il sito: Sohnmusic.com


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