Ryan Adams: 'Prisoner' (2017)
Pax-Am

Voto: 6/10

Ryan Adams: 'Prisoner' (2017)

"Un lavoro che farà più bene all’autore che al suo pubblico, destinato ad essere dimenticato in fretta"

di Raffaele Concollato

Genere: alt-country, indie-rock.

Protagonisti: Ryan Adams (chitarre e voce), Benny Yurco (chitarra), Nate Lotz (batteria), Ben Alleman (tastiere) e Charlie Stavish (basso).

Segni particolari: primo album di canzoni originali da ‘Ryan Adams’ del 2014, 'Prisoner' esce dopo l’ottimo ‘1989’, rifacimento à-la Ryan del famoso album pop di Taylor Swift. Per questo nuovo lavoro Adams ha affermato di aver composto circa ottanta canzoni per poi, con l’aiuto del leggendario produttore Don Was, scremare fino ad arrivare alle dodici che si compongono l’album.

Ingredienti: ispirato al fresco divorzio, dopo sei anni di matrimonio, con la teen-star Mandy Moore, ‘Prisoner’ si presenta come una sorta di espiazione, dove Ryan cerca di riprendere il filo della sua vita. La cocente delusione, gli errori, i fantasmi e i rimpianti sono i temi che si rincorrono nel tentativo di ritrovare il senso della propria esistenza.



Densità di qualità: come riportato più sopra, ‘1989’ ha riacceso una luce nuova intorno al genietto della Florida, dopo la magra inconsistenza dell’omonimo predecessore. La vita è piena di imprevisti e Mr. Adams ora deve fare i conti con le illusioni e i fantasmi, e lo fa per mezzo di quello che gli è sempre riuscito meglio: creando canzoni. L’album parte con i primi quattro brani con - finalmente - l’apertura sonora che si aspettava da tempo, riportando l’orologio sonoro ai tempi di 'Gold' (2001). La disillusione della domanda senza risposta di ‘Do You Still Love Me’ dai toni cupi, l’alt-country di ‘Prisoner’: desolata e con quell’armonica che da troppo non suonava così. ‘Doomsday’, che ricorda gli arrangiamenti elettro-acustici di ‘1989’ arriva direttamente dall’anima in tormento, e infine ‘Hounted House’, una casa, probabilmente quella che ha diviso con la moglie, ormai piena di fantasmi, da cui fuggire e non tornare più rende giustizia al talento dell’autore. Nel resto del lavoro Ryan sembra tornare a grandi passi allo stile degli ultimi anni fa, un sicuro rock-blues con qualche tocco country ma senza mordente. Brani auto-referenziali, infarciti del più cotonato Bruce Springsteen (‘Outbound Train’ sembra una outtake di 'Tunnel Of Love'), oppure Bruce Hornsby (in ‘Shiver And Snake’ siamo quasi alla cover), oppure alle auto-citazioni (‘Broken Away’), senza aggiungere nulla di veramente interessante alla sua opera. Nonostante le ottime premesse, ‘Prisoner’ rimane venuto bene a metà. Non che ci siano brani veramente brutti ma alla lunga stancano. Tolti i quattro pezzi iniziali il resto è prescindibile, il che porta la valutazione ad una sufficienza risicata. Un lavoro che farà più bene all’autore che al suo pubblico, destinato ad essere dimenticato in fretta.

Velocità: non molto sostenuta.

Il testo: "I know our love is wrong / I am a criminal / Mmm, I am a prisoner / Mmm, I am a prisoner / For your love ", da 'Prisoner'.

La dichiarazione: da un'intervista al 'New York Times': "Ho iniziato a lavorare su 'Prisoner' mentre ero nel mezzo del divorzio. Essere me in quei momenti è stato distruttivo ad un livello che non riesco a spiegare. Fare questo disco mi ha aiutato a ricordarmi chi sono , quello ho fatto e che amo fare."

Il sito: Paxamrecords.com


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