Clap Your Hands Say Yeah: 'The Tourist' (2017)
CYHSY

Voto: 7/10

Clap Your Hands Say Yeah: 'The Tourist' (2017)

"Tolta 'Loose Ends' la scaletta fila via che è un piacere e talvolta emoziona di brutto"

di Michele Corrado

Genere: indie-rock, indie-pop.

Protagonisti: la sigla Clap Your Hands Say Yeah è ormai proprietà quasi esclusiva del cantante e chitarrista Alec Ounsworth. Alla produzione di questa fatica troviamo però un nome estremamente interessante, quello di Dave Fridman dei Mercury Rev.

Segni particolari: 'Clap Your Hands Say Yeah' del 2005 è probabilmente l’ultimo grande esordio indie a stelle e strisce. Arrivato peraltro durante anni che, ricordiamolo, furono per il genere un’autentica golden age. Fu un’entrata in scena folgorante, un successo straripante meritato dalla prima all’ultima stridente nota, grazie ad un sound unico e riconoscibilissimo. Merce che, ammetterete, oggi giorno è più unica che rara. I lavori successivi, con questo a quota quattro, non sono stati all’altezza di cotanto capolavoro, ma nemmeno, mai, lontanamente scadenti. Ad Alec Ounsworth va fatto inoltre un ulteriore plauso, per aver continuato a proporre la sua musica fottendosene di tutte le nuove mode, andando sempre, come diciamo dalle nostre parti, in direzione ostinata e contraria, anche ai facili favori della stampa. Una specie di 'Ultimo dei Mohicani' indie.

Ingredienti: consuetamente basata sulla voce nasale di Alec, la musica dei Clap Your Hand Say Yeah è il solito, delizioso mix di sentimenti contrastanti: nervosismo alla Talking Heads, una spiccata tendenza verso riflessioni agrodolci, un perenne anelare alla liberazione dai crucci quotidiani, la soavità imperante. Qualcosa è cambiato però, in parte già dal disco precedete, dal punto di vista sonoro, dove riscontriamo nei brani una ‘normalizzazione’. Le canzoni dei CYHSY tendono ora verso una dimensione cantautorale più classica, che vede le massicce dosi di synth del passato in parte sostituite da chitarre blues (il singolo 'Down (is where I want to be)'), strumming acustici ('The Pilot'), e, addirittura, armoniche ('Unfolding Above Celibate Moon (Los Angeles Nursery Rhyme)'.



Densità di qualità: proprio questi nuovi accorgimenti, che non si trattasse di un disco dei CYHSY chiameremmo "retrò", danno alla band la possibilità di trovare nuove soluzioni espressive rispetto a quanto fatto finora. E la cosa funziona alla grande. Tolta ’Loose Ends', la scaletta fila via che è un piacere e talvolta emoziona di brutto, ’Better Off' è un discreto brivido lungo la schiena. Okay, i primi due dischi sono un’altra cosa, ma ci sembra chiaro che tutte le recensioni negative raccolte in giro, o addirittura il disinteresse dilagante verso questa realtà indie fondamentale, siano solo il dazio pagato da un autore per non essersi piegato alle logiche modaiole dell’undeground odierno.

Velocità: un delicato saliscendi emotivo di 37 minuti.

Il testo: "My savior you will be/The ring of fire is growing high/But we will never leave", da 'Fireproof'.

La dichiarazione: "Nelle nostre canzoni ci piace parlare di tutto, abbiamo difficoltà soltanto con le tematiche politiche, perché è difficile trattarle in modo poetico."

Il sito: Cyhsy.com


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