Peter Silberman: 'Impermanence' (2017)
Transgressive

Voto: 9/10

Peter Silberman: 'Impermanence' (2017)

"Opera intima e superba che rende ancor più evidente la statura artistica e umana del leader degli Antlers"

di Michele Corrado

Genere: cantautorato, indie-folk, ambient.

Protagonisti: Peter Silberman, trentenne di stanza a Manhattan, scrive, canta e suona tutto.

Segni particolari: una faccia come tante e le orecchie un po’ a sventola. Quello che per tanti potrebbe essere un signor nessuno, è invece un eroe per chi ha seguito le gesta dei suoi Antlers, uno degli oggetti indie più fragili e commoventi degli ultimi dieci anni, detentori di un vero e proprio culto. 'Impermanence', suo primo LP solista, arriva dopo un periodo difficilissimo. In seguito alla pubblicazione di 'Familiars', tre anni fa, Peter Silberman perse completamente l’udito da un orecchio. Le canzoni di 'Impermanence' sono il frutto della lunga lontananza dalle scene per un periodo di terapia lungo e doloroso.

Ingredienti: la paura e il dolore sono certamente il focolaio che ha fatto divampare queste sei canzoni. Brani dolenti in cui Silberman si guarda dentro, che prendono forma in scheletrici fingerpicking elettroacustici e canti addolorati. I primi nomi che vengono in mente ascoltando questi pezzi sono quelli dei due Buckley e del Van Morrison più essenziale e spirituale. È chiaro dunque come ci troviamo di fronte a materia lontanissima dalla grande strutturazione degli arrangiamenti degli Antlers, soprattutto dal tepore di 'Familiars'. Il disco degli Antlers cui questo LP si avvicina è invece certamente 'Hospice', perlomeno da un punto di vista tematico, i due lavori condividono infatti gli argomenti della guarigione e della degenza ospedaliera.



Densità di qualità: 'Karuna' apre il disco e, per chiunque si aspettava qualcosa di vicino agli Antlers, è un pugno nello stomaco. Non solo la musica è spoglia e disadorna, ma Silberman si mette completamente a nudo, elenca i controlli medici ai quali è stato sottoposto e rivolge alla misteriosa 'Karuna' una preghiera di guarigione. Un inizio di disco letteralmente da brividi. 'New York' rende l’atmosfera un pochino più tiepida e meno drammatica grazie al delicato flauto che ne disegna il fondale. Resa giusto un po’ più solida da una batteria spazzolata, 'Gone Beyond' sposta la lancetta sulla tematiche dell’assenza e della lontananza. 'Maya' e 'Ahimsa', quasi interamente acustiche, sono completamente incentrate sulla vocalità calda e frangibile di Peter. La title e closing-track è invece un commiato senza parole, uno spiritual di strumenti appena toccati con un organo casereccio a riempire l’atmosfera. 'Impermanence' è un opera intima e superba, che, grazie alla completa assenza di effetti speciali, rende ancor più evidente la statura artistica e umana del leader degli Antlers.

Velocità: 6 brani in 36 minuti sospesi.

Il testo: "I'm disassembling, piece by piece/Deteriorating, decayed, decreased/If you're here, retrieve me/Retrieve me", da 'Karuna'.

La dichiarazione: "Un artista che sento molto vicino è Elliott Smith, sento che attraverso la sua musica sono riuscito a conoscerlo e capirlo."

Il sito: Facebook.com/psilb


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