Shins: 'Heartworms' (2017)
Columbia

Voto: 6/10

Shins: 'Heartworms' (2017)

"Rimangono nei binari prestabiliti senza quella sperimentazione e quella magia che li aveva contraddistinti in passato"

di Jacopo Fasolato

Genere: indie-pop/rock.

Protagonisti: James Mercer (voce, chitarra), Jon Sortland (batteria), Mark Watrous e Casey Foubert (chitarre), Yuuki Matthews (basso), Patti King (tastiere). Questo almeno sulla carta. Se infatti gli Shins, (anche dopo il completo smantellamento da parte dello stesso Mercer) fino a ’Port Of Morrow’ (2012) potevano essere definiti una band, ora sono di fatto un moniker.

Segni particolari: quinto album in studio, ’Heartworms’ arriva dopo 5 anni dal precedente ’Port of Morrow’, sempre sotto la major Columbia Records. Ancora una volta è Mercer a gestire l’intera macchina Shins: dal lavoro iniziale, svolto autonomamente nei due anni precedenti l’uscita del disco, alla produzione. E' l’unico album in cui Mercer appare solo nelle foto promozionali: lui è gli Shins, e solo lui. Il resto è contorno, e non a caso: più di una volta il cantautore ha menzionato la sua ammirazione per artisti a sé stanti come Morrissey, McCartney o Lennon, e sembra visibilmente intenzionato ad intraprendere la loro stessa via.


Ingredienti: Il sound tipico degli Shins rimane invariato: un pop-rock gentile, incentrato sulla chitarra, principalmente acustica, e su ritmi oscillanti dal tocco 60s, a cui si aggiungono le tastiere, molto marcate in questo lavoro. Nonostante il gap di cinque anni, troviamo invariata anche la capacità di tessere melodie leggere, naturali, in grado di celare il pesante sforzo creativo che le accompagna.



Densità di qualità: la volontà di Mercer, sin dall’annuncio dell’album, era quella di riprendere stilisticamente il filo dei primi tre lavori della band, discostandosi allo stesso tempo da ’Port of Morrow’. In effetti il suono è quello, ma la percezione è che manchi qualcosa. Non è il contorno, o piuttosto la sua assenza, in quanto Mercer dimostra, a livello di songwriting, di riuscire a cavarsela anche da solo. Non è nemmeno una sensazione di deja vu ad affliggere il disco. Quello che non convince è piuttosto qualcosa di più velato e impalpabile, un vago sentore di noia che pervade l’ascoltatore. Sì, il suono è quello, ed è tutto molto simile in stile e atmosfera alle opere precedenti, ma i brani sembrano non decollare mai, troppo appesantiti dagli effetti e dalle tastiere, in più di un’occasione fuori posto. A salvare questo lavoro dall’insufficienza sono, quasi la band lo sapesse già, le canzoni rilasciate in anticipo. In primis ’Name For You’ e ’Dead Alive’: euforiche, libere, scanzonate, più affini in stile ai primi album. Abbiamo poi ’Mildenhall’, che riprende alcune sonorità tendenti al country già sentite in ’Chutes Too Narrow’. Discreta, ma nulla più, la title-track. Capitolo a parte invece la scelta di inserire ’So Now What’, dalla colonna sonora del film ’Wish I Was Here’ di Zach Braff, vecchia conoscenza della band di Albuquerque. La canzone rimane comunque bellissima, ma se da un lato nobilita l’album salvandolo da una bocciatura, dall’altro è ovvio che la decisione di tenere in piedi un disco di 11 tracce con un brano di tre anni fa sia quantomeno criticabile. Gli Shins dunque rimangono nei binari prestabiliti, senza rischiare mai e, a conti fatti, senza quella sperimentazione e quella magia che li aveva contraddistinti in passato.

Velocità: 11 brani in 42 minuti.

Il testo: "I had this crazy idea / Somehow we'd coast to the end / Change lies in every direction, tonight / Guess we'll just begin again", da ’So Now What’.

La dichiarazione: Mercer a proposito delle sonorità del disco: ”In alcune canzoni mi sono consapevolmente sforzato di utilizzare e rientrare nella palette sonora che storicamente avevo utilizzato per la band.

Il sito: Theshins.com


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