Ride: 'Weather Diaries' (2017)
Wichita

Voto: 6/10

Ride: 'Weather Diaries' (2017)

"Queste canzoni spesso risultano un piacevole guscio vuoto, si limitano giusto a scalfire la superficie della nostra emozione"

di Riccardo Cavrioli

Genere: pop-rock, shoegaze.

Protagonisti: nome storico per lo shoegaze mondiale i Ride si sono riformati nel 2014 con la formazione originale, ovvero Andy Bell (chitarra, voce), Mark Gardener (chitarra,voce), Laurence Colbert (batteria) e Steve Queralt (basso).

Segni particolari: quando guardi alla loro discografia e trovi due album come 'Nowhere' (1990) e 'Going Blank Again' (1992), beh, si capisce subito quali segni particolari abbiano lasciato: incancellabili e assolutamente distintivi.

Ingredienti: potrebbe venire un po' di nostalgia nel vedere il nome di Alan Moulder al mixaggio, ma in realtà la presenza ingombrante e determinante è quella di Erol Alkan alla produzione e la sua mano si sente, nella volontà di evitare alla band di ritrovarsi nell'imbuto dell' essere una pallida copia di quello che fu ai tempi d'oro. I Ride non provano a tornare al passato, ne sarebbero capaci, certo, ma più che altro paiono non averne assolutamente voglia: riprendono alcune loro caratteristiche e provano ad aggiornarle, anche in base a nuovi gusti e predisposizioni, con l'inserimento di alcuni spunti elettronici e senza la necessità di guardarsi troppo le scarpe.



Densità di qualità: chiariamo il concetto: a chi vi scrive questo disco non piace molto. Tante recensioni trovano accostamenti con il passato e fanno confronti tra i brani di quest'album e i classici dei primi due lavori. Sbagliano. Queste canzoni spesso risultano un piacevole guscio vuoto e senz'anima e, mentre i capolavori dei Ride entravano nel cuore, le nuove tracce si limitano giusto a scalfire la superficie della nostra emozione. La colpa in parte va a un a scrittura, a tratti, anche discreta ma fin troppo altalenante, con soluzioni sonore che non possono soddisfare in pieno chi amava questa band: non ripetersi va bene, smarrire la personalità no. Poi, c'è l'incapacità di trovare il giusto equilibrio tra popedelia visionaria e fisicità (perché i Ride erano fisici e concreti, al di là dell'etichetta shoegaze, messa per dovere di cronaca molte volte), che solo a tratti si trovano a viaggiare paralleli: quando succede abbiamo ottimi brani come 'Rocket Silver Symphony' e sopratutto 'Cali', ma crediamo che decidere di sfruttare pochissimo il potenziale di Loz alla batteria abbia influito non poco in questa carenza. Per chiudere, una seconda parte assolutamente deficitaria (cito solo la disastrosa chiusura con 'White Sands' in cui i Ride fanno, male, il verso addirittura ai Verve) rispetto a una prima metà che, già di per sé, non ci fa gridare al miracolo, ma qualche spunto interessante ce l'ha. Come dicevamo prima, è troppo, troppo discontinuo questo nuovo album dei ragazzi di Oxford, purtroppo.

Velocità: variegata, con accelerazioni che poi trovano il contraltare anche in momenti più dilatati.

Il testo: "Wanna hear a secret, honey? / The future is torn from under you / It's not a pretty picture / This is 1932", dal brano ’All I Want’.

La dichiarazione: Andy Bell ricorda il perché dello scioglimento: ”La band era cresciuta ma seguendo stili diversi. Io ero fondamentalmente seguace del rock & roll anni '60 e Mark invece ascoltava Paul Oakenfold e andava ai rave. Anche io ho provato a entrare in tutto questo ed è stato bello, ma volevo che rimanessimo ancora una band rock. Quindi avevamo questi due forti opposti al nostro interno e poi c'era Lawrence che era una testa pazza.”

Il sito: Thebandride.com


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