Do Make Say Think: 'Stubborn Persistent Illusions' (2017)
Constellation

Voto: 9/10

Do Make Say Think: 'Stubborn Persistent Illusions' (2017)

"Rifugge gli stilemi del genere e fa dell’imprevedibilità il suo tratto distintivo"

di Michele Corrado

Genere: post-rock.

Protagonisti: Charles Spearin (basso, tastiere e tromba), Ohad Benchetrit (chitarra e sassofono), Justin Small (chitarra), James Payment (batteria), Dave Mitchell (batteria e altre percussioni).

Segni particolari: inizialmente composti dai soli Small, Payment e Spearin per improvvisare lunghe suite psichedeliche intorno alla tromba di quest’ultimo, i Do Make Say Think acquistarono presto credito e membri fino a firmare un con tratto con la mitologica Constellation (Godspeed You!, per dirne uno grosso) e diventare una delle gemme più nascoste e preziose del cui catalogo. Dopo oltre dieci anni di onorata carriera, dopo il disco del 2009, 'Other Truths', i Do Make Say Think sparirono, silenziosamente. Così come silenziosamente sono tornati oggi, con questa perla intitolata 'Stubborn Persistent Illusion'.

Ingredienti: come anche gli altri, il settimo disco dei Do Make Say Think è un oggetto in continua evoluzione. Fedelmente agli inizi quasi free jazz, il post-rock dei torontiani spesso rifugge gli stilemi del genere, che lo vorrebbero lentamente evolutivo, creante una tensione progressiva pronta ad esplodere, e fa dell’imprevedibilità il suo tratto distintivo. Dal punto di vista strumentale è, ancora una volta, cruciale la varietà delle soluzioni. L’utilizzo di fiati e tastiere spaziali è l’antidoto dei Do Make Say Think alla monotonia chitarristica, tallone d’Achille di tante formazioni post-rock.



Densità di qualità: ’War On Torpor' è un’ascesa verticale repentina e turbinosa, sospinti da un tornado di chitarre si sale in fretta verso un paradiso con le tastiere in festa. I dieci minuti di 'Horripilation' sono molto più statici, completamente incentrati di iridescenze di tastiere potrebbero commentare la gioia di un bambino che apre gli occhi per la prima volta in un film di Terrence Malick. 'Bound' e 'Boundless' costituiscono una un’unica suite per roboanti synth spaziali e svelano l’interesse dei Do Make Say Think per quanto è successo al post-rock negli ultimi anni. I 65daysofstatic, ad esempio, se li sono ascoltati per benino. Anche chi cerca un brano post-rock più tipico non rimarrà deluso, 'Her Eyes On The Horizon' si prende il suo tempo ad arrivare dai primi germogli di chitarre al suo finale epico. 'Return, Return Again' chiude l’opera magistralmente, seminando gli ultimi rantoli di trombone nello spazio placido e profondo disegnato dai sintetizzatori. È insieme un peccato e una benedizione che band come i Do Make Say Think non godano di grandi attenzione e pubblico, perché se da una parte al grosso degli appassionati si lascia che opere grandiose come questa sfuggiranno, dall’altro l’assenza di pressioni e deadline permette a musicisti schivi come loro di giungere a realizzarle.

Velocità: 9 brani in un’ora, a velocità mutevole.

Il testo: il disco è interamente strumentale.

La dichiarazione: Justin Small a 'The Quietus': "Credo sinceramente che questo sia il nostro lavoro migliore."

Il sito: Domakesaythink.com


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