Royal Blood: ‘How Did We Get So Dark?’ (2017)
Warner

Voto: 6/10

Royal Blood: ‘How Did We Get So Dark?’ (2017)

"Calcolando i tre anni di attesa, i due brightoniani avrebbero sicuramente potuto fare di meglio"

di Alice Lombardo

Segni particolari: a distanza di tre anni dall’omonimo debutto, il duo di Brighton è finalmente tornato in studio per consegnare al pubblico il sophomore tanto atteso, che ha fin da subito diviso la critica. Prodotto ancora una volta da Jolyon Thomas, è stato anticipato dai singoli ‘Lights Out’ e ‘Hook, Line & Sinker’.

Ingredienti: pur avendo dichiarato di essere maturati e di aver sviluppato un nuovo gusto musicale, Mike Kerr e Ben Tatcher non si discostano di molto da ‘Royal Blood’ (2014) in quanto a sonorità e modelli di ispirazione. Forti sono anche qui i richiami ai Queens Of The Stone Age (del cui tour americano, non a caso, saranno supporter), a dei Muse a cui sono stati tolti i synth e ai Led Zeppelin più tamarri. Con l’aggiunta però di un pizzico di pop (a quanto pare sul tour bus ascoltano ‘Work’ di Kelly Rowland e Drake) che smorza la pesantezza della batteria e il martellamento continuo dei riff di basso.



Densità di qualità: i Royal Blood la fanno facile e cercano, senza osare un minimo, di tenersi stretta la nomea di bravi rockettari guadagnata col debutto. Questo secondo album sostanzialmente ripropone lo stesso format del primo, a partire dalla copertina monocromatica. Chiave di volta sono ancora i continui cambi di tempo e i riff insistenti, tra l’altro non sempre catchy e riuscitissimi come nei singoli, che più palesemente si richiamano alle vecchie ‘Out Of The Black’ e ‘Figure It Out’. Se ‘Look Like You Know’, ‘Hole In Your Heart’ e ‘Sleep’ sono praticamente insignificanti, troviamo comunque dei momenti degni di nota, a partire dalla title-track, che fa da intro all’intero album. Interessanti sono anche la linea vocale di ‘I Only Lie When I Love You’, la cui strofa è quasi parlata, e quella di batteria di ‘Where Are You Now’, che ricorda i Fratellis di ‘Chelsea Dagger’. Traccia più riuscita è probabilmente ‘She’s Creeping’, il cui ritornello orecchiabile è paradossalmente accostato ad una strofa dalla melodia fastidiosa, che rende l’idea della noia e dell’inquietudine di cui si parla nel testo. Calcolando i tre anni di attesa e l’esperienza raccolta sui tanti palchi dei festival che hanno calcato, i due brightoniani avrebbero sicuramente potuto fare di meglio. Dobbiamo però tenere in considerazione che Kerr e Thatcher sono degli animali da palcoscenico e che, pur essendo solo in due, danno vita ad uno show vibrante e potente. Lasciamo perciò in sospeso il giudizio, aspettando di vedere se, dal vivo, pestano ancora come una volta.


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