Feist: 'Pleasure' (2017)
Polydor

Voto: 9/10

Feist: 'Pleasure' (2017)

"Le liriche intense impiantante in questa tracklist potrebbero indirizzare i codici linguistici del cantautorato odierno verso nuovi orizzonti"

di Giovanni Aragona

Segni particolari: quinto album per Leslie Feist, dopo un silenzio durato sei anni dall’ultimo ‘Metals’, ritorna in pista mostrandoci questo diario scritto in piena fase di maturità, accompagnata da due fidi compagni: Dominic 'Mocky' Salole e Renaud LeTang in fase di produzione.

Ingredienti: un disco dall’attitudine punk suonato con cuore e passione in un giardino folk; un lavoro sofferto fatto di piccoli racconti di vita vissuta. Le composizioni sono complesse e involute, volutamente irte e non cerimoniali, destinate al silenzio e alla riflessione senza uno schema pre-costruito, con eleganti arpeggi acustici in bilico tra la West Coast, Joni Mitchell e PJ Harvey. Registrato tutto d’un fiato in un freddo inverno canadese, suona volutamente imperfetto, con una chitarra come estensione di organi, in un toccante effetto ‘demo’ che sembra provenire da un' audiocassetta degli anni ‘80.

Densità di qualità: la solitudine umana, pervasa da un lirismo furioso e da una forza drammatica potente, trasforma l’inferno nel paradiso, e la quarantunenne canadese ne è consapevole. Questi 55 minuti suonano come un concentrato di tenerezza in grado di commuovere, e far riflettere i cuori più aridi, come in ’I Wish I Didn’t Miss You’ in cui sussurra: "come potrei mai vivere se tu fossi ancora vivo?". L’abilità compositiva riesce a far presa sull'ascoltatore e la tecnica vocale della bellissima Leslie, gioca sul contrasto tra i toni alti (come nel canto medievale), e quelli più caldi e sensuali, resi graffianti e potenti dalla capacità emozionale di una voce pulitissima. Lo stile scarno e dimesso, a tratti schizoide ed introverso, libera il rock dai cliché del virtuosismo e del formalismo. Meno tecnico e più umano, il canto diventa emozione pura: la voce esprime la persona così com'è, con tutte le sue imperfezioni e titubanze, senza aggiungere enfasi o protagonismi. Una voce così incredibilmente sincera e al tempo stesso pretenziosa, che ti scava l'anima, che ti scopre l' anima, straziandola o cullandola senza una ragione, senza interruzione, come se fosse vita e non musica. Protesa e vibrante, tocca il culmine delle proprie possibilità canore, sprofondando in un continuo lamento nevrotico. L'arrangiamento è volutamente povero ed intimo, si ‘sbottona’ solo in rari casi, come in ’A Man Is Not His Song’ quando l’abbraccio corale catapulta Feist in paradiso, con gli angeli che suonano nel finale ‘High Road’ dei Mastodon. Graffia, punge ed attrae nel duetto con Jarvis Cocker nella pjharveiana e autodistruttiva ’Century’, in cui riesce a racchiudere in un ritmo spasmodico ed aggressivo, un meraviglioso contrappunto strumentale. Feist riesce a fondere musica e poesia in una devastante parabola emotiva che trova il suo giusto punto definitivo nella delicatissima ’Young Pop’: una sofferta richiesta di vita, in un substrato musicale costruito da un vellutato basso, da una batteria spazzolata, e da un’anima che alla fine del disco si chiede: "Quando mi porteranno via, dirò che ero morta molti anni prima?". L’indie-folk di Feist è confessione, e le liriche intense impiantante in questa tracklist, potrebbero indirizzare i codici linguistici del cantautorato odierno verso nuovi orizzonti. Per il coraggio di rivelarsi, per la forza di rialzarsi, per la noncuranza ossessiva nel sound, per la sincerità delle sue confessioni, Leslie ha confezionato un disco che commuove.


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