LANY: 'LANY' (2017)
Polydor

Voto: 6/10

LANY: 'LANY' (2017)

"La certezza è che i nostri, allungando minutaggio e numero di canzoni, abbiano un po' perso la bussola"

di Riccardo Cavrioli

Segni particolari: attivi dal 2014, i LANY (si pronuncia Lay-Nee) in questi anni non hanno risparmiato in canzoni ed EP, finendo con l'essere piuttosto chiacchierati, sopratutto in America. Curiosamente, di tutti i brani precedentemente pubblicati, solo uno è finito sul disco d'esordio.

Ingredienti: la ricetta portata avanti dai LANY in questi anni è sempre stata piuttosto chiara, ovvero profumi anni '80 che si mescolano con morbido R&B, mentre il sole della California bacia un certo piglio romantico, che ha sempre saputo non precipitare in derive sfacciatamente da boyband. Il risultato è un synth-pop che si è sempre dimostrato (almeno fino a questo esordio) dannatamente radiofonico, con attenzione massima a ritornelli strutturati per entrare subito in testa.



Densità di qualità: il passaggio dalla breve distanza degli EP al disco completo segna purtroppo il primo, grosso, passo falso del terzetto americano, che spinge al limite i propri confini musicali, rendendoli a tratti fin troppo minimali e spartani a tal punto che, senza melodie particolarmente ispirate, alcuni brani vanno subito in debito d'ossigeno se si basano solo su beat non memorabili. Il problema è proprio in fase di scrittura quindi, sopratutto nella pesca (una volta miracolosa, ora non più) del ritornello vincente. Pensare che avevano ammesso di aver inserito solo un brano vecchio ('ILYSB', la migliore del lotto) proprio perché quelli nuovi erano, a detta loro, tutti migliori di quelli contenuti negli EP: grossa presunzione, che non trova riscontro nella realtà. Mentre Paul Klein ci racconta le sue pene d'amore in modo fin troppo scolastico e adolescenziale (il disco non ha un mood particolarmente allegro), a tal punto che facciamo assai fatica a fare nostre le sue parole, le (troppe) canzoni scorrono via con pochi sussulti. Alcuni pezzi trovano antichi fasti melodici ('The Breakup' in particolare o l'incalzante 'Purple Teeth'), alcune atmosfere sanno farsi avvolgenti a dovere ('Tampa'), ma vi sono un po' troppi mid-tempo riempitivi e ballate non particolarmente ispirate. L'idea di piazzare poi la voce della mamma di uno della band in mezzo al disco, che straparla (con voce oscena) vedendo il nuovo tatuaggio del figlio su internet, risulta solo imbarazzante e non certo una scelta empatica. Non ci sentiamo di dare l'insufficienza al disco perché sensazioni positive, seppure a intermittenza, comunque ne arrivano, eppure, la certezza che i nostri, allungando minutaggio e numero di canzoni, abbiano un po' perso la bussola e il fuoco sacro dell'ispirazione, beh, resta forte.


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