Panda Riot: 'Infinity Maps' (2017)
autoproduzione

Voto: 8/10

Panda Riot: 'Infinity Maps' (2017)

"Poco da fare, per chi vi scrive siamo di fronte all'album shoegaze dell'anno. Null'altro d'aggiungere"

di Riccardo Cavrioli

Segni particolari: i Panda Riot sono Rebecca Scott (voce e chitarra), Brian Cook (chitarra e drum machine), José Alejandro Rodríguez (batteria) e Cory Osborne (basso). Nati a Philadelphia come duo (2005 con Rebecca e Brian), ma poi trasferitisi a Chicago per assumere l'attuale formazione a quattro, che ha esordito nel 2007 con l'album 'She Dares All Things'.

Ingredienti: lo shoegaze che si mescola al dream-pop. Se le basi del quartetto di Chicago sono queste, in realtà la successiva costruzione dei brani è davvero variegata e ricca di spunti che guardano tanto all'indie-rock quanto a ritmi più intriganti e movimentati, ballabili verrebbe da dire, senza perdere per strada anche un solido concetto di minimalismo. Sicuramente il songwriting ne guadagna in vitalità e assortimento, fermo restando che le melodie appaiono sempre limpide, chiare e ottimamente congegnate.



Densità di qualità: i Panda Riot hanno imparato bene la lezione. Se dovessimo chiedere loro se hanno ascoltato i My Bloody Valentine ci sentiremmo rispondere sicuramente di si e, certamente, l'orecchio più allenato a queste sonorità non mancherebbe di percepire che la devozione verso i classici è più che presente, ma tutto questo si è evoluto in una scrittura magnificamente personale e ricca di suggestioni variegate, che ha la capacità di superare i (possibili) limiti del genere per approdare a lidi ricchi di meraviglie sonore. Per momenti ricchi di pathos e fascino mesmerico alla Slowdive come la track list o l'incantevole 'New Colors' che strizza l'occhio ai Lush con una costruzione melodica superba, ecco che arriva una 'Arrows' che si muove leggera come zucchero filato o una 'Otherside' che gronda romanticismo con carezze leggere e soavi sulla nostra pelle. 'Double Dream' ha il ritmo che mi ricorda addirittura la batteria di 'Setting Sun' dei Chemical Brothers, prima di perdersi in un paradiso popedelico e che dire di 'Helios (June 20th)' se non che è purissima psichedelia ipersonica degna dei migliori Lassie Foundation? Poco da fare, per chi vi scrive siamo di fronte all'album shoegaze dell'anno. Null'altro d'aggiungere.


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