Arcade Fire: 'Everything Now' (2017)
Sony

Voto: 7/10

Arcade Fire: 'Everything Now' (2017)

"Con i suoi alti e bassi, è un album che vibra di vita propria. Dividerà critica e pubblico come mai prima d’ora"

di Tommaso Benelli

Segni particolari: il debutto nel 2004 con 'Funeral', seguito da 'Neon Bible' (2007), 'The Suburbs' (2010) e infine 'Reflektor', uscito a fine 2013: quattro album di grande valore e nessun bisogno di presentazione per gli Arcade Fire, collettivo di polistrumentisti con sede a Montréal e capeggiato dai coniugi Win Butler e Régine Chassagne. Ormai musicisti di fama planetaria, per il nuovo 'Everything Now' i canadesi hanno reclutato come produttori Thomas Bangalter dei Daft Punk e Steve Mackey dei Pulp.

Ingredienti: l’ascoltatore medio, o semplicemente meno aggiornato e attento, tenderà per sempre a ricordare gli Arcade Fire per ciò che furono ai tempi di 'Funeral': un folto e folcloristico collettivo di musicisti capaci di condensare nel minutaggio di una canzone pop il melodramma del rock, melodie folk e armonie orchestrali. Epiche cavalcate come 'Wake Up' e 'Rebellion (Lies)' contribuirono a rompere una volta per tutte la barriera tra musica indipendente e mainstream, portando gli Arcade Fire (ben presto raggiunti da altri colleghi underground) a registrare il sold-out nelle stesse arene riempite la sera prima da star come REM e U2. La loro, insomma, è la storia di un grande successo, forse fin troppo bella da dimenticare. Eppure, ciò che ancora non è stato del tutto compreso, è che 'Reflektor', il quarto disco, ha rappresentato una svolta decisiva e forse definitiva nella carriera della band: un album fondamentalmente disco-rock (!), dove i sintetizzatori soppiantavano le chitarre nel ruolo di strumenti principali, la componente ritmica prevaleva su quella melodica, mentre diventava centrale il lavoro di produzione in studio, a discapito della trascinante immediatezza insita nelle radici delle canzoni degli esordi. Se 'Reflektor' era comunque un lavoro alquanto sperimentale, il nuovo 'Everything Now' è invece un album di puro synth-pop; le melodie si fanno più pulite e rotonde, la produzione è asciutta e scintillante, lontana dagli spigolosi arrangiamenti del disco precedente. La centralità del motivo orecchiabile - che sia un coro, un riff di tastiera, un giro di basso, una linea melodica - diviene il fulcro attorno al quale costruire ed arrangiare il brano. A questa ricerca, si accompagna un lavoro di sintesi a livello delle liriche: versi come “on and on, I don’t know if I want it”, "infinite content, we’re infinitely content”, “looking for signs every night, but there’s no signs of life”, cantati o anche ripetuti a voce alta, suonano come brevi filastrocche, scioglilingua pronti ad appiccicarsi in testa; gli Arcade Fire, ben consapevoli della loro fama e della vastità del loro seguito, hanno dei messaggi da lanciare e vogliono renderli il più universali e semplici possibile. Pertanto, agli ovvi Bowie, Talking Heads e Television, questa volta si accostano influenze inusuali per i nostri, come gli ABBA, i Bee Gees dei tardi ’70 e, in generale, tutta la pop-dance in voga in quel periodo.



Densità di qualità: “Gli Arcade Fire si son venduti”, “la svolta commerciale degli Arcade Fire”: queste sono solo alcune delle sterili critiche da bar piovute addosso alla band all’indomani dall’uscita di 'Everything Now', primo ed omonimo singolo estratto dall’album; in verità, 'The Suburbs', disco che nel 2011 valse agli Arcade Fire il Grammy Award per "Album dell’anno", era un disco altrettanto pop, sia nella forma che nei contenuti, ma troppo vestito di chitarre e scevro da tastiere per destare scandalo. 'Everything Now', come le restanti canzoni di questo nuovo lavoro, riprende in chiave dance-pop l’attitudine popular che la band aveva già mostrato; e a dirla tutta, la suddetta title-track è un colpo di classe di primo livello: gioiosa e vitale sul piano musicale, quanto amaramente ironica e malinconica su quello letterario, la canzone riesce nel recuperare quell’epica coralità che rendeva unici i primi Arcade Fire, quel sound al contempo arioso e dirompente che nel precedente 'Reflektor' veniva troppo spesso attenuato da espedienti elettronici. Posta all’inizio della tracklist, la canzone resta il picco creativo del disco; non mancano, però, altri ottimi brani: 'Creature Comfort', fedele alla linea synth-pop di quest’opera, ma anche esplosiva ed emozionante com’erano i primi successi art-rock del collettivo; 'Signs Of Life', una sorta di avant-funk a-là Prince, con un crescendo di fiati che va a rifinire l’armonia gettata da una suadente linea di basso; la conclusiva 'We Don’t Deserve Love', triste e bellissima, forse la più dolce ballata finora composta dalla band. 'Electric Blue, 'Peter Pan'e 'Good God Damn' (che ricorda il groove sensuale degli ultimi Arctic Monkeys) propongono pop di qualità, buono da ascoltare e da ballare. Ci sono, però, anche canzoni che convincono meno: le due versioni di 'Infinite Content' (una elettrica e veloce, l’altra lenta e acustica) ripercorrono lo stile di 'The Suburbs', ma mancano di ispirazione a livello compositivo; 'Put Your Money On Me' spreca il suo potenziale melodico dilungandosi oltre il necessario; 'Chemistry, più semplicemente, è un mezzo disastro. Al suo peggio, questo disco mostra una band non del tutto in sintonia con un'operazione pop di tale portata, finendo col risultare il lavoro meno imprescindibile tra quelli finora pubblicati dai canadesi; al suo meglio, raggiunge un’orecchiabilità inedita ed innovativa, che sa di successo e non di compromesso. Con i suoi alti e bassi, è un album che vibra di vita propria. Dividerà critica e pubblico come mai prima d’ora, passerà probabilmente agli annali come il primo mezzo passo falso degli Arcade Fire, ma 'Everything Now' rimane un’opera degna di attenzione.


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