Public Service Broadcasting: 'Every Valley' (2017)
Play It Again Sam

Voto: 7/10

Public Service Broadcasting: 'Every Valley' (2017)

"In qualche modo la musica e le parole di questo LP riescono davvero a sostituire la presenza di immagini"

di Michele Corrado

Segni particolari: J. Willgoose, Esq e Wrigglesworth amano autodefinirsi due londonesi del ceto medio e, a vederli tutti bardati nei loro papillon e nei completi di tweed, viene da dar loro ragione. Un po’ aristocratica, sanamente pretenziosetta ci verrebbe da scrivere, è anche la loro musica, che, fedelissima al nome che si sono scelti, combina alle note vezzi giornalistici. Se il precedente 'The Race For Spaces' raccontava, come da copione, la conquista dello spazio ad opera di Gagarin and co., con questo 'Every Valley' è la volta delle miniere di carbone del Galles. Si, avete capito bene, questo è un disco sulla situazione delle miniere di carbone gallesi.

Ingredienti: chiaramente funzionale alle narrazioni, ora artefatte e ora affidate a testimonianze raccolte come si addirebbe a un documentario, la musica dei PSB evita ogni struttura e si muove sviluppando le sue trame progressivamente. Si tratta infatti di qualcosa molto vicino al post-rock, e, peraltro, pur essendo musica propagata principalmente da un arsenale di sintetizzatori e drum machine, mantiene sempre una spina dorsale chitarristica. Talvolta molto nascosta, ma sempre fondamentale. Per rendere ancora più evocativi e cinematografici i passaggi più toccanti di questo documentario senza immagini, sono state aggiunte alla ricetta massicce dosi di archi e fiati. Piacevole eccezione al copione sono i brani a cui hanno partecipato ospiti del calibro di Tracyanne Campbell (Camera Obscura) e James Dean Bradfield (Manic Street Preachers). La prima una pop song dalla melodia e i coretti candidissimi, la seconda una staffilata chitarristica da vertigini.



Densità di qualità: in qualche modo la musica e le parole di questo LP riescono davvero a sostituire la presenza di immagini. Attraverso ritmi ipnotici e sonorità fortemente suggestive, sin dall’inizio del disco si viene immersi negli scenari granitici del Galles e nelle problematiche dei minatori e, come quando ci si imbatte in un buon documentario che non si è scelto di vedere, insieme allo stupore per la musica avvincente cresce, di brano in brano, anche l’interesse per le piaghe sociali disaminate. È banale sottolinearlo, ma l’impegno sociale che questo lavoro trasuda da ogni nota è di certo una sua ulteriore arma vincente. L’unico rammarico è che una volta calate le sue cartucce migliori, l’ultima è 'Turn No More', quest’opera fatica a tenere alta l’attenzione. Forse colpa anche di un brano moscio e ruffiano come 'You+Me' (un mieloso duetto d’amore tra una voce maschile e una femminile) che uccide letteralmente la tensione. Da brividi però il finale con il canto dei minatori 'Take Me Home'. Un ulteriore limite del disco, che però ci pare inevitabile e dunque perdonabile, è che essendo questo strettamente legato alla sua missione informativa potrebbe scoraggiare un secondo ascolto. E, data la grande qualità di numerosi passaggi, è un gran peccato.


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