Paul Draper: 'Spooky Action' (2017)
Kscope

Voto: 8/10

Paul Draper: 'Spooky Action' (2017)

“In un pezzo di Paul Draper ci sono più idee che in interi dischi di tante nuove leve. C'è anche tanta più freschezza”

di Michele Corrado

Segni particolari: i Mansun ci mancavano da ormai sedici anni quando, lo scorso anno, il loro trascinante leader Paul Edward Draper ha esalato i suoi primi vagiti solisti. 'Spooky Action', sequel di due EP intitolati semplicemente 'One' e 'Two', è il coronamento della prima parte (da queste parti speriamo vivamente ce ne siano presto delle altre) della carriera di Paul da carismatico songwriter futurista.

Ingredienti: chi si aspettava i Mansun formato cantautore resterà di certo deluso, chi invece era curioso riguardo le forme che il Nostro avrebbe dato alle sue canzoni troverà gustoso pane per i suoi denti. Nonostante le proverbiali architetture dei brani non proprio semplici e il gusto per toni extraterrestri, entrambi retaggio del periodo Mansun, maggiori naturalezza nel modo di cantare e centralità della parte letterale conferiscono al primo LP di Draper forte autonomia rispetto alla produzione con la band.



Densità di qualità: il modo dannatamente perfetto in cui la opening track 'Dont’ Poke The Bear' viene introdotta da trame strumentali che si complicano via via, addizionando tra le altre cose synth avvolgenti e bonghi spaziali, chiarifica subito la voglia di osare e lo stato di forma di Draper. Pur conservando immediatezza britpop grazie a cantati a presa diretta, molti brani presentano infatti arrangiamenti che spingono decisi sul pedale della complicatezza. Vengono in mente i virtuosismi ai synth di 'Who’s Wearing The Trousers' e assoli di chitarra che spuntano dal nulla come in 'Feeling My Heart Run Slow'. A proposito di 'Who’s Wearing The Trousers', ascoltatela e veniteci a dire che Dave Gahan e Martin Gore non pagherebbero ben volentieri la possibilità di inserire un pezzo come questo nel loro prossimo disco. Non mancano anche canzoni più semplici e radiofoniche come 'Things People Want' e, nonostante il minutaggio sostenuto, 'Friends Make The Worst Enemies'. I vocalizzi di quest’ultima rimarcano anche lo stato di grazia di Paul in termini di voce. Chiude il viaggio la bellissima 'The Inner Wheel', pezzo che parte acustico e intimo e finisce incalzando di brutto. Fa un po' tristezza dirlo, ma in un pezzo di Paul Draper ci sono più idee che in interi dischi di tante nuove leve. Fa ancora più tristezza, ma c'è anche tanta più freschezza.


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