Moby: 'More Fast Songs About The Apocalypse' (2017)
Mute

Voto: 7/10

Moby: 'More Fast Songs About The Apocalypse' (2017)

"Il punk/wave marchiato di electro-pop tanto figlio degli anni ’80 vive di autenticità propria"

di Giovanni Aragona

Segni particolari: la citazione originaria partorita da David Herbert Lawrence, che ha dato il nome al progetto: “La gente a Los Angeles è contenta di non fare nulla e guardare il vuoto del Pacifico”, è stata la giusta dose adrenalinica per scatenare idee, rabbia, contestazione e musica da parte di Moby e del collettivo a supporto, che ha scritto e registrato questo disco di getto, facendolo uscire a sorpresa in download gratuito.

Ingredienti: il secondo album di questo progetto, nasce dalla delusione di una classe politica incapace, e da un mondo lentamente in preda ai mostri del consumismo. Composizioni muscolari, tese e graffianti, che si legano pienamente al precedente ‘These Systems Are Failing’ tanto da diventarne una conseguenza temporale e necessaria. Gli echi punk del passato, tanto cari al ‘nostro’, oggi vengono in aiuto consegnando una capacità diretta ed immediata di inoltrarsi in territori crudi e volutamente sporchi. Nove canzoni che vivono di un continuum fatto di impulsi ritmici, basati esclusivamente sulle percussioni e sulla ripetizione incessante di feroci pattern percussivi, accompagnati da chitarre roboanti e sporche, e da tracce sintetiche acide. La scuola sonora anni ’80, quella fatta di post punk, new wave, e hardcore targati Fugazi e Minor Threat è la bussola di questo lavoro.



Densità di qualità: mai banale, mai dedito al mainstream commerciale, da hit, e da largo consumo, il punk/wave marchiato di electro-pop tanto figlio degli anni ’80 vive di autenticità propria, capace come nella prima traccia, ’Silence’, di esaltare una nevrosi dilaniante al sapore post-industriale tanto figlia dei Killing Joke. Il call-and-response elettronico di ’Trust’ puzza di delirio ossessivo, nutrita dal piglio desolato di un canto sguaiato e feroce. La rabbia incontrollata di ’A Softer War’ e l'intensità elettrica indie-rock di ’In This Cold Place’ sono due facce dello stesso disorientamento politico, dello stesso appoggio incondizionato ai diritti degli animali, al supporto alla causa vegana, all’antirazzismo, ed ai diritti delle donne. Questo disco non resterà nei cuori dei tanti fans del genietto di New York, probabilmente non suonerà in nessun locale, non avrà nessuna hit in canna, ma suonerà forte nei confronti delle classi dominanti che hanno sposato l’ideologia edonistica del consumo.


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