Downtown Boys: 'Cost Of Living' (2017)
Sub Pop

Voto: 7/10

Downtown Boys: 'Cost Of Living' (2017)

"Scorre velocemente seguendo un percorso sicuramente ben conosciuto e ampiamente battuto"

di Sergio Appiani

Segni particolari: quintetto che affonda la sue radici nella città di Providence, crogiolo di razze e culture, denominata anche "capitale della creatività" per l'attitudine a trasformarsi nel corso dei secoli: le industrie tessili e manifatturiere hanno lasciato il posto ad università, ospedali e terziario favorendo la nascita di svariate comunità artistiche. In questo contesto, Victoria Ruiz e Joey La Neve DeFrancesco esprimono il loro attivismo in ambito sociale/politico anche attraverso la musica ed i versi di una punk-rock band. Impossibile dividere i due aspetti, andatevi a vedere il video di DeFrancesco che consegna le sue dimissioni da dipendente "sfruttato" nel famoso Renaissance Providence Hotel e capirete il perché.

Ingredienti: a due anni dall'uscita di quel 'Full Communism' che tanto aveva convinto critica e appassionati del genere, i Downtown Boys si presentano con il loro terzo album, prodotto da Guy Picciotto (noto chitarrista dei Fugazi) e dopo aver firmato per la prestigiosa Sub Pop. La formazione risulta sfoltita con il solo Joe DeGeorge alla sezione fiati (e tastiere), ma per il resto la band continua la sua avventura musicale, con chiari riferimenti al punk datato 1977 che, a quanto pare, è sempre di moda. La voce di Victoria toccare tematiche attualissime, come il muro voluto da Trump o la cosiddetta presunzione di supremazia della razza bianca, ma anche omofobia, fascismo, dal capitalismo, sfuttamento dell'uomo sull'uomo: parole dure e affilate ma che lasciano anche spazio ad uno spiraglio di luce.



Densità di qualità: diciamo subito che rispetto ai lavori precedenti qui il tocco di Picciotto si sente, eccome. I suoni sono molto più curati e la presenza del sax abbellisce sicuramente: 'Tonta' ce ne dà un esempio... agitato. La scelta di usare lo spagnolo in alcuni brani dona ai Downtown Boys una valida alternativa, la lingua ispanica ben si addice al genere ed alla grintosa voce di Victoria, sempre coinvolgente. 'Violent Complicity' e Lips That Bite' sono inviti poco formali ma inderogabili ad invadere il dance floor, e i due singoli 'A Wall' e 'Somos Chulas (No Somos Pendejas)' già ci avevano sorpreso positivamente. L'album scorre velocemente, pezzo dopo pezzo, seguendo un percorso sicuramente ben conosciuto e ampiamente battuto ma che, per questo motivo, lo penalizza in fatto di originalità. E' altamente consigliato dunque agli amanti del genere, che potranno trovare nella band di Providence un sicuro punto di riferimento.


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