Queens Of The Stone Age: 'Villains' (2017)
Matador

Voto: 7/10

Queens Of The Stone Age: 'Villains' (2017)

"Rispetta le attese e si rivela un altro tassello prezioso nella discografia. Per diventare (auto)derivativi c’è tempo"

di Vincenzo Papeo

Segni particolari: settimo album in studio per la compagine di Josh Homme, realizzato a quattro anni di distanza dal riuscitissimo ‘…Like Clockwork’ (2013). In questo capitolo, incredibilmente, Homme ha deciso di non collaborare con ex-componenti o musicisti estranei alla band. Tutto in famiglia dunque. Il twist che fa balzare dalle sedie, Homme, ce l’ha voluto concedere lo stesso, mettendo in cabina di produzione un certo Mark Ronson, conosciuto durante la composizione dell’ultimo album di Lady Gaga (con cui Josh ha recentemente collaborato). In assenza di partecipazioni illustri, l’attenzione è stata abilmente focalizzata sulla scelta del produttore eserno, che col desert-rock non c’entra nulla, ma che ha dichiarato furbamente che ‘Rated R’ è il suo disco preferito. Cosa sarà scaturito da questo connubio?

Ingredienti: i versi finali dell’eponima traccia di ‘…Like Clockwork’, l’album più sofferto dei QOTSA, recitavano questo: "Una cosa è chiara / è tutto in discesa da qui". ‘Villains’, nelle sonorità, è un album molto più disteso del suo predecessore. Il tentativo inesorabile di non diventare delle copie sbiadite di sé stessi ha innescato un cambio di marcia che si registra in nove tracce uptempo. L’elettronica ha un ruolo molto più consistente rispetto ai precedenti lavori della band, andando ad aumentare esponenzialmente il grado di sballo. Gran parte di questo lavoro è finalizzato a far muovere il culo, quindi la scelta di Mark Ronson alla produzione un senso ce l’ha eccome. Il groove trascinante viene declinato in generi musicali che hanno, perlopiù, anticipato i nineties e l’ascesa dello stoner. Inseriamo il gettone nel juke-box e vi ritroviamo una gamma di scelte che spaziano dal funk roboante (‘Feet Don’t Fail Me Now’), al blues acido e robotico (‘The Way You Used To Do'), quel pizzico di hard&heavy vecchia scuola (‘Domesticated Animals’, la zeppelliniana ‘The Evil Has Landed’), rockabilly al fulmicotone (difficile non menzionare il basso schizzato di Shuman, che infiamma ‘Head Like A Hounted House’), qualche sintetizzatore glaciale tenuto in cantina dagli eighties (‘Un-reborn Again’). Il pezzo di cui si era a conoscenza prima della composizione del disco, ‘Villains Of Circustamstance’ è stata capovolta, rispetto alla sua versione acustica, diventando una ballad difficile da rinchiudere in un genere, maledettamente incalzante e dal sapore distorto.

Densità di qualità: chi voleva un clone di ‘Songs For The Deaf’ rimarrà deluso per l’ennesima volta: ‘Villains’ è un album dal sapore rètro, nel senso che trafuga da un lontano passato formalismi e sonorità ormai desuete, sconfinando ampiamente lontano da terrirori sicuri. Tuttavia, per quanto possa sembrare nostalgico, questo disco non ha la pretesa donchisciottesca di salvare il rock ‘n’ roll, bensì ha il potere di rendere molto attuale ogni elemento stilistico tirato fuori da uno scrigno impolverato. Concettualmente, la chiave di lettura più accreditata di ‘Villains’ è la consapevolezza di invecchiare, con il relativo mezzo del ballo a fungere da lenitivo necessario (volto ad esorcizzare il tempo che scorre). Homme mette in chiaro le cose fin dalla opener: "La vita è dura, ecco perché nessuno sopravvive/ Sono molto più vecchio di quanto pensassi". In queste parole va ricercata la spasmodica brama di una chiamata alle armi, che è anche una terapia d’urto alla feroce meccanicità degli ‘anta’; perché dal mondo dei morti, il californiano, è già ritornato, ed ora è il momento di danzare sulle proprie angosce. Sarà per questo motivo che in molti episodi le linee di synth prendono, nella sezione ritmica, gerarchicamente il sopravvento sui riff di chitarra, ed è questa la novità più consistente a cui i QOTSA ci hanno sottoposto stavolta. Perché, per il resto, c’è tutto quello che distingue il marchio QOTSA dalle altre band alt-rock: cambi improvvisi di tempo e frammentarietà dei brani (che raggiungono il culmine nella opener e in ‘The Evil Has Landed’), nonché il simbolismo al vetriolo delle lyrics di Josh Homme. Quando il male è atterrato e gli antagonisti della situazione hanno fatto il loro lavoro sporco, ecco giunta la fine di un album che non ha l’urgenza espressiva di ‘…Like Clockwork’, pur essendo più omogeneo e concedendo ben pochi cali qualitativi (‘Fortress’ e ‘Hydeaway’ non incidono); ma rispetta le attese e si rivela un altro tassello prezioso nella discografia dei nostri. Per diventare (auto)derivativi c’è ancora tempo.


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