Fleet Foxes: 'Crack Up' (2017)
Nonesuch

Voto: 7/10

Fleet Foxes: 'Crack Up' (2017)

"Operano scelte coraggiose, restando ancorati ad alcuni stilemi di cui, forse, anche loro stessi vorrebbero liberarsi"

di Carmine Speranza

Segni particolari: terzo disco in quasi 10 anni di attività per quella che è stata una delle forme artistiche di punta dell’ondata folk che ha caratterizzato lo scorso decennio. Formatisi a Seattle, sono guidati dall’anima complessa e 'tormentata' di Robin Pecknold. Nei Fleet Foxes ha anche suonato Joshua Tillman, attualmente meglio noto come Father John Misty.

Ingredienti: oggi lo chiameremmo post-folk. 'Crack-Up' contiene diverse canzoni molto articolate, ricche di atmosfera contemplativa e dilatazioni. Una scelta che va letta nella volontà di andare oltre gli stilemi del genere, architettando un sound a tratti più oscuro, di certo poco incline a svelarsi di primo acchito. In diverse esecuzioni si rilevano cambi di registro all’interno dello stesso pezzo, come se si trattasse di due cose distinte (un po’ come ha fatto l’ultimo Bowie). La voce di Robin ha il solito timbro agreste che ha poche varianti, ma quando quelle poche variazioni si verificano il risultato è apprezzabile. E’ un album molto denso (la title-track è una messa cantata) e le melodie sono nascoste tra synth, armonie vocali intrecciate e ritmiche che fanno da tappeto senza infastidire. La prima parte è quella più densa e di non facile assimilazione, nella seconda i lampi di luce si fanno più insistenti.



Densità di qualità: la cosa paradossale e che semplifica un po’ i concetti che seguiranno, è che 'Crack-Up', pur contenendo 2 tra i singoli più belli di tutto questo 2017 (e sicure vette di tutta la discografia della band americana), ovvero 'Third Of May/Odaigahara' e 'Fool’s Errand', seguite a ruota dalle belle 'If You Need To, Keep Time On Me', 'Cassius' e 'Mearcstapa', l’intero disco soffre proprio la presenza di questi pezzi di assoluta caratura. Perché? Perché a lungo è complesso, troppo 'chiuso' nel mondo interiore di Robin e a tratti pleonasticamente dilatato, contempla una doppia idea di songwriting, una distinzione troppo netta. Il risultato è la prima metà del CD scivola via solo nell’attesa dei pezzi più belli, accolti come una sorta di liberazione come due anime in contrasto: quella più catchy che entra nelle nostre orecchie, come brezza marina, dove il frontman canta in maniera più diretta e 'viva' (altro esempio di cosa potrebbe fare la sua voce libera dagli orpelli folk è 'On Another Ocean') e quella più introspettiva, colma di suoni accennati, timidezza e strade da percorrere assai incerte. 'Crack-Up' è un disco suonato e curato con grande classe, dove i Fleet Foxes operano scelte coraggiose, restando purtroppo ancorati ad alcuni stilemi di cui, forse, anche loro stessi vorrebbero liberarsi del tutto, dove uno piccolo sforzo (magari su pezzi già promettenti come 'I Should See Memphis'). Di certo c’è una crescita e una impostazione che pensa alla prospettiva.


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