Dirty Projectors: 'Dirty Projectors' (2017)
Domino

Voto: 5/10

Dirty Projectors: 'Dirty Projectors' (2017)

"Uno sperimentalismo che a tratti è molto fine a se stesso in quanto incapace di creare empatia"

di Carmine Speranza

Segni particolari: uno tra i progetti più eclettici della scena alternativa torna con il suo settimo capitolo, il primo dove è tutto indiscutibilmente diretto dalla mente e dalle braccia del solo David Longstreth.

Ingredienti: di strumenti ed effetti ce ne sono davvero tanti, ma a farla da padrone è la dissonanza, ovvero una sorta di accostamento stridulo che rende ogni pezzo non proprio una canzone riconoscibile e strutturata. Il canto e l’andamento generale del disco sono molto influenzati dal soul e dall’R&B, elementi riconoscibili in alcuni coretti che sembrano quasi gospel, nel battito delle mani a dettare certi ritmi, negli inserti molto free di trombe e fiati ed in diversi passaggi dove Dave usa un falsetto quasi a cappella. Di certo un disco che fa del non dare punti di riferimento, del rifuggire da qualsiasi etichetta e del prendere le distanze dal repertorio, i suoi punti cardine.



Densità di qualità: non ce ne vogliano il bravo Dave (autore di alcuni buonissimi dischi, come il nostro amato 'Bitte Orca', 2009) e i nostri lettori più propensi ad assimilare certe sonorità, ma questo album omonimo dei Dirty Projectors fa veramente una grossa fatica ad attaccarsi al cuore ed alle orecchie. In giro si sono innalzate le solite lodi sperticate, anche alla luce delle collaborazioni DOC del circuito black che Dave vanta in curriculum (Solange e Kanye West su tutti), premiando oltre i meriti uno sperimentalismo che a tratti è molto fine a se stesso in quanto incapace di creare empatia, di fidelizzare l’ascoltatore con qualche lampo di pop, pur anche sofisticatissimo come in passato. Ma il disco, senza dubbio ben prodotto e curato con dedizione da un autore che ci crede molto, non risulta essere focalizzato, anche ad uno sguardo più attento. Si ha la sensazione che tutto sia un susseguirsi di schegge impazzite, suoni imprevedibili che fanno capolino dentro linee sonore agli antipodi, frutto di idee magari anche chiarissime, ma solo nella testa del suo autore. Si consigliano, ad ogni buon conto, due ottimi pezzi, come 'Keep Your Name', che ha una ritmica secca e uno spirito pulsante, e la conclusiva 'I See You', molto trascinante, che mescola con sapienza suggestioni rock anni '70 (con tanto di tastiere massicce) e synth con il mood generale.


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