Horrors: 'V' (2017)
Wolf Tone

Voto: 9/10

Horrors: 'V' (2017)

"A una così variegata selezione di umori, toni, influenze e riferimenti coincide sempre un carico emozionale poderoso"

di Michele Corrado

Segni particolari: racchiuso in un artwork tetro e dismorfico che anticipa alcune delle mutazioni che gli Horrors hanno apportato al proprio suono, 'V' è il loro quinto full lenght. Quando dieci anni fa ascoltammo 'Strange House', un disco che ce li presentò come l’ennesima (seppur ottima) band che riproponeva qualche passato musicale (nel loro caso garage e punk marcissimi), non potevamo immaginare tantissime cose. Ad esempio non potevamo immaginare che, tra tutte quelle band, proprio la ciurma di Faris Badwan avrebbe sviluppato una delle carriere (sebbene mai pienamente supportate dalla critica) più brillanti. Ma soprattutto non avremmo potuto immaginare dove ciascuno dei successivi quattro tasselli della loro discografia ci avrebbero condotto. Forte delle sue lunghe e metronomiche scorribande kraute venate di shoegaze, 'Primary Colours' avrebbe inaugurato un longevo filone neo-psychedelico britannico (i Toy su tutti), 'Skying' avrebbe invece unito quelle suggestioni ad una grandeur pop tutta anni '80. Tutt’altra storia sarebbe stato 'Luminous', che, non manchevole di burst spaziali, è praticamente un abbecedario pop del futuro. Cosa aspettarci allora da 'V'? Boh. Anche perché i tre singoli che lo hanno anticipato non hanno semplificato la faccenda, anzi.



Ingredienti: mentre 'Weighed Down' rassicurava proseguendo la direzione intrapresa con 'Luminous', gli altri due ingarbugliavano assai la matassa. ’Machine' ingloba nel sound degli Horrors le drum machine minacciose e claustrofobiche dei NIN e lo sporca di detriti industriali, 'Something To Remember Me By' apre addirittura a ritmiche house (genere che i ragazzi dell’Essex avevano incrociato con una cover superba di Frankie Knuckles) e ai sintetizzatori dei Daft Punk. Alcuni brani di 'V' si muovono decisi su queste tre coordinate, altri le mischiano in finali psichedelici assurdamente stranianti. I due perni di questa mescola sonica futuristica e inaudita sono certamente Tom Furse e Rhys Webb, che pilotano una gigantesca astronave di sintetizzatori, ma la chitarra di Joshua Hayward, graffiante come non mai, semina emozioni altrettanto forti. Le visioni cantate da Faris, baritonale e sconsolato, sono sempre più concentrate sulla società, sempre più pessimistiche e registrano le sue vette poetiche (ascoltare l’apocalittica ’Ghost' per credere). Per par conditio va citato anche l’enorme lavoro alla batteria di Joseph Spurgeon, un metronomo che passa da sincopi industriali a dettati danzerecci come fosse una cosa da poco.

Densità di qualità: un risultato così grandioso e originale è sicuramente merito anche di un produttore geniale come Paul Epworth (Adele, Bjork, etc etc), ma gli Horrors di 'V' sono un mostro musicale capace di divorare qualsiasi genere intenda e rivomitarlo completamente piegato alle proprie esigenze. Perché, sebbene le loro influenze non si contino, non c’è un momento di questo capolavoro in cui non suonino solo e soltanto come loro stessi. A una così variegata selezione di umori, toni, influenze e riferimenti coincide peraltro, sempre, qualsiasi genere si stia lambendo, un carico emozionale poderoso. Perfezione formale dunque, ma anche rara empatia. Per farla breve: 'V' è uno sforzo produttivo, artistico e creativo immane, del quale viene davvero difficile selezionare o segnalare brani, tanto il torto arrecato agli eventuali esclusi sarebbe immane. Sarete dunque voi a scegliere i vostri personali highlights tra queste dieci gemme.


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