Paul Weller: 'A Kind Revolution' (2017)
Parlophone

Voto: 7/10

Paul Weller: 'A Kind Revolution' (2017)

"Ha semplicemente ripercorso il suo sconfinato songbook tirandone fuori brani di spessore e coinvolgenti"

di Raffaele Concollato

Segni particolari: a due anni dal controverso ‘Saturns Pattern’, il quasi sessantenne Paul Weller ritorna con un lavoro che rimanda alle atmosfere che hanno fatto la fortuna della sua terza vita dopo i Jam e gli Style Council, ad aiutarlo tra gli altri ci sono un paio di ospiti: Boy George (!!) e il redivivo Robert Wyatt.

Ingredienti: fatto di tanti episodi diversi, Weller esplora l’anima e il mondo che lo circonda reagendo come solo lui sa fare: chitarre tese e melodie pronte a destare l’attenzione dell’ascoltatore. L’eclettismo dell'ex-Jam è una delle costanti della sua produzione e questo lavoro non lo smentisce, mentre il precedente era un tentativo un po’ troppo ardito per le sue corde, ‘A Kind Revolution’ segna il ritorno ad un suono più solido e compatto.

Densità di qualità: la secca partenza di ‘Woo Sé Mama‘ e ‘Nova’ e la solida ballad ‘Long Long Road’ segnano un percorso che riesce a coniugare bene i suoni più grezzi a quelli soul del suo repertorio. Ogni brano è un pezzo della sua storia, viene voglia di saltare, ballare e disperarsi nel raggio di cinque brani ma sia chiaro che Weller non ha reinventato nulla, ha semplicemente ripercorso il suo sconfinato songbook tirandone fuori brani di spessore e coinvolgenti. Gli ospiti danno qualcosa in più: Robert Wyatt in ‘She Moves With The Fayre’ conferisce al brano un’aura misteriosa prima che sfoci in un funky iper-prodotto; Boy George (al quale il cantante del Surrey non ha mai nascosto l’apprezzamento per le doti vocali) appare in ‘One Tear’ alzando l’asticella del dub incalzante e rendendo il pezzo l’unico che si discosti dalle classiche sonorità del cantante inglese. Evidentemente la rivoluzione di cui parla il titolo non è nei suoni ma nello spirito: Weller vuole trovare fiducia nel futuro in un mondo che vede sempre più allo sbando e lo fa a dispetto del tempo che passa e come recita nella conclusiva ‘Impossible Idea’ se si vuole cambiare il mondo bisogna iniziare da se stessi: “The impossible idea / That Love might / Change the world / Maybe I'll come the conclusion / Until I can change myself”.


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