Protomartyr: 'Relatives In Descent' (2017)
Domino

Voto: 8/10

Protomartyr: 'Relatives In Descent' (2017)

"Ideale unione di un sound già collaudato e una riflessione sempre più personale sullo stato delle cose"

di Leandro Agrò

Segni particolari: i Protomartyr sono Joe Casey (voce), Greg Ahee (chitarra), Scott Davidson (basso) e Alex Leonard (batteria) ovvero una manciata di ragazzi e un signore di mezza età. I cinque di Detroit, Michigan, approdano con questo disco alla prestigiosa Domino Records (Arctic Monkeys, Animal Collective, The Kills, tra gli altri). Dopo un debutto datato 2012 passato in sordina ('No Passion All Technique', quasi introvabile) i Protomartyr hanno dato inizio ad una carriera che non accenna al passo falso. Nel 2014 il primo colpo messo a segno con ‘Under Color Of Official Right’ (via Hardly Art), poi appena due anni fa con ‘The Agent Intellect’.

Ingredienti: il suono dei Martiri è animato da algida instabilità, una sommessa euforia esaltata dai brevi momenti di tranquillità strumentale che macinano influenze della mai troppo profanata storia del genere, con un impeto sempre più personale. Insieme ai Preoccupations (ex Viet Cong), il gruppo che più stato capace di rivalutare una scena da qualche anno in stallo, se si escludono gli svariati e felici casi europei (Eagulls e Iceage, tra i tanti altri). Per carpire l’essenza dei Protomartyr basterebbe ascoltarsi la coppia formata da ‘The Chuckler’ e ‘Windsor Hum’, verso la metà di questo quarto disco: vacillanti domande rivolte a una grigia contemporaneità. Ma in realtà tutto questo ‘Relatives In Descent’ è forte di una dialettica ormai assodata tra i quattro membri: la batteria marziale e la chitarra pungente, le linee di basso essenziali (alienante in ‘Corpses In Regalia’) e una grattata voce baritonale: feroce nel fiume di parole anti-capitalista (‘Here Is The Thing’) o stanca nella quasi romantica 'Up The Tower'.

Densità di qualità: Joe Casey è stato paragonato a un viandante in cerca del senso della vita in un mondo senza senso. Un’affermazione fin troppo figurata ma non priva di senso e a suo modo giusta: anche in questo sta la forza di questo lavoro, teso a colmare un vuoto esistenziale, in chiave politica e poetica. Ogni forma dell’esistere assume qui le sembianze di anime in pena e fantasmi, di figli mai nati o senza eredità (‘My Children’) e non meglio identificate forme di vita (o di morte): fantasmi, forse, a popolare il paesaggio di un’America problematica riflessa sul mondo intero. Un popolo che vaga nell’angustiata e amata città di Detroit, base di molte memorie personali di un frontman nel pieno della maturità artistica e personale, fumino incantatore che strappa il tessuto della canzone e abbraccia melodie inaspettate à la Morrissey, in un viaggio della speranza alla ricerca della verità; è la ricerca di quest’ultima (o all’impossibilità della riuscita), che l’ultimo pezzo (‘Half Sister’) tenta di esorcizzare. Una verità incorporata nell’ennesimo fantasma dall’esistenza incerta, quello di una sorrellastra che ancora “sta cercando di raggiungerci”. E’ con la cantilena di ‘Private Understanding’ con la quale si era aperto il disco, che si conclude il quarto capitolo di una carriera al momento senza macchie. Si può dunque affermare che quello dei Protomartyr è un gioiello, ideale unione di un sound già collaudato e una riflessione sempre più personale sullo stato delle cose attuali. Dodici canzoni laceranti che affrescano un’immagine tetra, ma ancora non priva di un barlume di speranza: rimane sempre la ricerca di una verità interiore, il guardare verso un miglioramento delle cose e dunque aldilà della loro inevitabile fine.


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