King Krule: 'The Ooz' (2017)
XL

Voto: 8/10

King Krule: 'The Ooz' (2017)

"Non è un semplice e sconclusionato grido di protesta: è piuttosto un lavoro composto con grande maestria"

di Tommaso Benelli

Segni particolari: Archy Marshall, in arte King Krule, viene da Londra, dove è nato nel dicembre ’94. In realtà, nonostante la sua giovane età, è difficile che, arrivati ad oggi, non abbiate mai sentito parlare di lui: forte di un promettente EP, uscito nel 2011, e due ottime conferme su lunga durata - ’6 Feet Beneath The Moon’ (2013) e ’A New Place 2 Drown’ (2015, pubblicato con nome di battesimo) - il rosso e lentigginoso talento di South London ha riscosso un successo planetario, su tutti i fronti. Vorace ascoltatore di jazz, elettronica e hip-hop, Marshall ha fondato anche diversi progetti paralleli legati a queste sue inclinazioni (su tutti, Edgar The Beatmaker) e ha spesso collaborato col duo elettronico Mount Kimbie. ’The Ooz’, pubblicato lo scorso 13 ottobre, nuovamente a nome King Krule, è stato rilasciato dalla XL Recordings.

Ingredienti: nel punto dove la vitalità del rock, lo spirito eversivo del punk e quello ascetico del jazz convergono, prende corpo la musica di King Krule. Impregnato di catrame e soffocato dai fumi industriali, quello di Marshall è un cavernoso urlo di sfogo, figlio di un disagio esistenziale comune a molti suoi coetanei e connazionali, e per il quale la madrepatria - un’Inghilterra sempre più logorata da governi incapaci e spinte indipendentiste - non può di certo dichiararsi innocente.



Densità di qualità: "Ho visto alcuni crimini quand’ero giovane ed ora il mio cervello è vischioso / Non credo più in nessuno, vado d’accordo solo con pochi" (da ’Vidual’). Con discrezione, potremmo anche affermare che Marshall si trovi esasperato dal caos che circonda la sua vita, ma forse è più corretto dire che ne abbia proprio i c*gli*ni pieni: di Londra e del suo inesorabile declino, culturale ed umano; di fare progetti di vita con una ragazza che all'improvviso lo abbandona, spezzandogli il cuore; di avere a che fare con chi - come forse noi in questo momento - tenta invano di accordarsi alla sua volubile sensibilità artistica. Il singolo ’Dum Surfer’, già dal titolo, apre a molteplici chiavi di interpretazione sul sentire dell'artista: di per sé nonsense, può in realtà essere letto come "dumb surfer" ("stupido cavalcatore” - opportunista?), "don’t suffer" (“non soffrire”) o, ancora, "dumb, suffer!” (“stupido, soffri!”); Marshall è troppo giovane per offrire risposte, ma abbastanza agguerrito e sfacciato da poter prendere per il collo tutte le sue inquietudini, e con esse anche chi ne è causa. Ed è così che i ruggiti di Krule, mentre cavalcano ritmi propulsivi e deliri free-jazz, divengono il più naturale dei mezzi espressivi, così come gli sfoghi a gola rotta di ’Half Man Half Shark’, ’Emergency Blimp’ e ’Vidual’. Significative dell’insofferenza di Marshall sono le dichiarazioni rilasciate a Vice poco prima che uscisse il disco: “Voglio lasciare Londra, è tutto finito qua”. In quest’album, di conseguenza, il bisogno di evasione appare totalizzante e, seppur con toni opposti (e dominanti nell'arco del disco) rispetto a quelli citati in precedenza, pervade anche le chitarre acquose di ’La Lune’, oltre che i dolenti intermezzi jazz che puntellano le tracce di questo lavoro (su tutti, quelli di ’Logos’ e ’Sublunary’) e che paiono levarsi da qualche buio vicolo di periferia londinese. Questo sentimento si insinua anche in blues notturni e nebbiosi come ’Czech One’, ’(A Slide In) In New Drugs’ e ’Lonely Blue’, sospesi a metà tra un trip da sostanze stupefacenti ed un’immersione in un B-movie horror degli Ottanta, grottesco e terrificante. Le sofisticate tessiture armoniche delle canzoni prendono quindi forma all’interno di un album cupo, grigio e in certi frangenti persino macabro; nel suo essere monocolore, è però un'opera che affronta le diverse tonalità umorali dello sconforto, ponendosi come un lavoro complesso e oscuro, un canto di dolore e di allarme. ’The Ooz’ è un disco 'forte', animato da una viscerale urgenza espressiva, ma non è un semplice e sconclusionato grido di protesta: è piuttosto un lavoro composto con grande maestria, frutto di un artista dal talento unico, 'popolare' ma elitario per le sue innate doti artistiche; un piccolo genio, cresciuto nel più desolante degli scenari.


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