Nic Cester: 'Sugar Rush' (2017)
Sester

Voto: 8/10

Nic Cester: 'Sugar Rush' (2017)

"Un disco che permette a Nic Cester di smarcarsi dal ruolo di icona indie legata al singolone spacca classifiche"

di Daniele Cardarelli

Segni particolari: messi in stand-by i Jet, Nic Cester è uscito dai radar per ben otto anni spesi a riallacciare i suoi legami italiani (i nonni sono friulani), a trasferire la propria residenza da Melbourne a Como e a costruirsi una credibile carriera solista culminata con la pubblicazione di questo album d’esordio. Date le premesse appena elencate ‘Sugar Rush’ non poteva non uscire nell’insegna del made in Italy: il disco infatti è stato registrato sotto la direzione artistica di Tommaso Colliva tra le storiche Officine Meccaniche di Milano e gli Air Studios di George Martin a Londra, con il supporto dei Calibro 35. Tutta italiana anche la band che accompagna Nic dal vivo, The Milano Elettrica (con membri di Bluvertigo, Selton e Bud Spencer Blues Explosion), che ha fatto il suo esordio dal vivo nelle aperture degli show estivi dei Kasabian. Produce Jim Abbiss (Arctic Monkeys e QOTSA).

Ingredienti: l’anima dei Jet frulla in un colpo solo trip psych-rock dagli echi vintage, electro-funk, nostalgie retrò, anima soul di stampo Motown, un organo che scandaglia ogni possibile suggestione cinematografica nostrana anni ’60 e ’70 (dal poliziottesco all’horror) e un’intensa e pastosa voce blues. Ne esce fuori un quadretto dove convivono sulla stessa tela tutti insieme appassionatamente Bobby ‘Blue’ Bland, Joe Cocker, Goblin e Phoenix.



Densità di qualità: da oggi il celebre incipit "Quel ramo del lago di Como..." potrà tornare utile anche per celebrare la rinascita artistica (che ha dell’incredibile) di Nic Cester, che lontano anni luce dai fasti di ‘Are You Gonna Be My Girl’ piazza un disco che ammalia sin dal primo ascolto. Dalle rive del Lario il buon Nic si appropria di un’audacia revivalista messa al servizio di una scrittura fresca, mai fine a se stessa, che strizza sì l’occhio ai grandi classici del passato, ma piegata anche a propria immagine e somiglianza (vedi i ritmi sognanti di ‘Eyes On The Horizon’ o il soul torrido di ‘Hard Times’). Ciò che colpisce è la facilità con cui Nic entra in un mondo non suo e una volta guadagnato l’ingresso trova il suo personalissimo modo di starci dentro, con un pugno di canzoni che spesso rifuggono dalla formuletta standardizzata ‘strofa/ritornello/strofa’ grazie a trovate pirotecniche come lo sconfinamento nell’epica delle colonne sonore d’autore (‘Strange Dreams’) o battendo i sentieri delle destrutturazioni funk (‘Who You Think You Are’). Tutte armi queste che hanno permesso a Nic Cester di smarcarsi dal ruolo di icona indie legata al singolone spacca classifiche e null’altro, per calarsi in quello dell’autore che scrive in grande e interpreta meglio. Piacevole (ri)scoperta.


Pubblicità

NEWS.-

DISCHI.-


CONCERTI.-

Facebook