Ghostpoet: 'Dark Days + Canapès' (2017)
PIAS

Voto: 8/10

Ghostpoet: 'Dark Days + Canapès' (2017)

"Sopraffino compositore dei giorni nostri, ostinatamente refrattario al becero intellettualismo di massa"

di Giovanni Aragona

Segni particolari: Ghostpoet all’anagrafe è Obaro Ejimiwe, metà inglese e metà nigeriano, nato nel 1983. Una carriera iniziata nel 2009 e un successo quasi immediato, condita, nel 2011 e nel 2015, da due nomination per il prestigioso Mercury Prize. Conosciuto in passato per le frequentazioni e le collaborazioni con Metronomy e Massive Attack, ha all’attivo quattro album in studio. 'Dark Days + Canapès' è il terzo pubblicato dall’etichetta belga Play It Again Sam. Produce il genio elettronico (che tanto piace a Brian Eno) Leo Abrahams.

Ingredienti: se avete ascoltato e metabolizzato i lavori precedenti di Ghostpoet, custoditeli con cura perché questo lavoro è un’evoluzione organica notevole nei testi e soprattutto nei suoni. L’incursione pienamente strumentale si fa massiccia ed il suono diventa arcigno, cupo e solidissimo. Il trip-hop si allaccia al blues e al dubstep: dove i bassi sono cavernosi, le chitarre graffiano. Rabbia e disperazione di uno scrittore urbano stanco dei soprusi e della falsa felicità di una debolissima odierna società.



Densità di qualità: esaltando le tonalità più soffuse e oniriche e rivedendo uno stile sonoro meno elettronico rispetto al passato, questo quarto album di Ghostpoet diventa il miglior lavoro della sua carriera. Il Ghostpoet di ‘Dark Days’ denota la definita attitudine alla forma-canzone, al ritornello, all’armonia cantabile, privilegiando un suono più smussato e organico rispetto agli stilemi astratti, hip hop e grime del passato. Una musica urbana, opposta all’atmosfera bucolica dei primi tre lavori. Contributo rilevante è stato apportato dalla produzione firmata Abrahams, capace non solo di sviluppare un suono lineare e omogeneo, ma anche di trasformare Ghostpoet in un maturo cantautore post-moderno. ‘Dark Days’ è un disco pieno di chiavi di lettura e momenti riflessivi, e accanto ai suoni trip-hop, all’incedere blues, ai tagli elettronici, agli spunti alt-rock, ammalia e stupisce sin dal primo ascolto. Obaro è un attento osservatore della realtà, e ciò che osserva penetra all’interno di testi poeticamente simbolici e crudi. In tutto l’album le parole sono un cantico all'orgoglio della sconfitta, alla vita complessa, allo squallore quotidiano di una società materialista e malsana. Le ritmiche, poste come fantasmi dietro uno scurissimo sipario, regalano momenti di purissima meraviglia: affondare nella cave-iana ed ipnotica ’Trouble + Me’, o nella danza trip-hop colma di tastiere malinconiche e bassi sincopati (duettata magistralmente con Daddy G dei Massive Attack) di ’Woe Is Mee’ , testimoniano una capacità di sintesi sonora notevole. Prova superata anche nelle poche scorribande elettroniche, quando il solo utilizzo di un synth rende il risultato eccellente ed interessante con la bella ’Karoshi’. Testi beffardi ed ironici nelle due potentissime ’(We’re) Dominoes’ e ’Freakshow’ , capaci di scongiurare anche qualche normale e prevedibile momento di staticità . ‘Dark Days’ è un’anima che vaga nella notte alla ricerca di una trasformazione, in continuo stato di luce e ombre, tra solitudine e riflessione, in un tessuto sonoro molto ampio reso intrigante da questo sopraffino compositore dei giorni nostri, ostinatamente refrattario al becero intellettualismo di massa.


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