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Magnetic Fields: Distortion (2008)

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Magnetic Fields: Distortion (2008 - Nonesuch)

"Un disco felicemente fuori moda, estroverso e folle, che non scade in banali cliché e non si propone in maniera ruffiana"

di Stefano Ferreri

  il giudizio: 7/10

GENERE: noise-pop

PROTAGONISTI: Stephin Merritt (voce), Shirley Simms (voce), John Woo (Chitarra), Claudia Gonson (piano, organo, batteria, farfisa, cori), Sam Davol (violoncello). Come in altri dischi dei Magnetic Fields partecipa anche Daniel Handler (fisarmonica), meglio noto come autore di fortunati libri per ragazzi sotto lo pseudonimo di Lemony Snicket.

SEGNI PARTICOLARI: i Magnetic Fields sono una delle più significative e originali indie-band statunitensi degli ultimi quindici anni. Autentico protagonista di questo progetto è il suo creatore, quello Stephin Merritt che il grande Bob Mould descrisse qualche tempo fa come l'uomo più depresso del rock. Nei suoi otto lavori precedenti sotto questa ragione sociale (di cui sette sulla lunga distanza) Merritt ha esplorato ed innovato profondamente gli stilemi e le sonorità del synth pop, arrivando in più di un'occasione a risultati cupi, dolciastri, assai ricchi di fascino. Tra le vette della discografia dei Magnetic fields segnaliamo i due gioielli del '94, 'Holiday' e 'The Charm Of The Highway Strip', oltre ad uno degli album più memorabili di sempre, '69 Love Songs', monumentale bignami di storia della musica americana obliquamente interpretata. Pubblicato a ben quattro anni dal precedente 'I', 'Distortion' è il primo LP synth-free della band di Merritt.

INGREDIENTI: dopo un disco di country deviato, un triplo album di quasi tre ore dedicato agli stereotipi sulle canzoni d'amore ed uno composto da brani accomunati dalla lettera iniziale del loro titolo, il folle Merritt sfoga la sua maniacale passione per i concept realizzando un'opera interamente consacrata alla distorsione. Poteva venirne fuori un concentrato di noise più o meno ortodosso ma il leader dei Magnetic Fields è ormai noto per il suo gusto dell'eccesso ed anche in questo caso ha voluto strafare, filtrando in fase di registrazione qualsiasi strumento impiegato e dunque sovraccaricando le canzoni oltre il dovuto. L'intenzione originaria, incrociare il DNA sonoro dei primi Jesus & Mary Chain con il pop più colorato dei sixties americani, poteva essere più che lodevole almeno in termini di curiosità. Anche il talento per concretizzarla non era certo una merce di cui Merritt difetti. Eppure, al di là degli indubbi meriti creativi, la perseveranza con cui l'autore ha proposto la propria ossessione formale, eleggendola a fulcro dell'intero album, ha finito col lasciare inevitabilmente sulle buonissime canzoni di 'Distortion' una forte impressione di manierismo.

DENSITA' DI QUALITA': sul piano formale il nuovo album dei Magnetic Fields non nasconde il suo intento di falsificazione di certi canoni rock ma, appesantito dall'uniformità delle soluzioni tecniche e sonore proposte, non riesce ad entusiasmare completamente l'ascoltatore, non rende la distorsione un attore protagonista bensì un semplice contesto, uno sfondo che disinnesca tanto le chitarre quanto il pianoforte: in questo modo la 'Distortion' del titolo si concretizza come un artificioso vestito sonoro applicato "sopra" i brani e non un soggetto autentico "nei" brani, una sporcatura di canzoni tradizionalmente concepite (in perfetto Merritt-style) che non attribuisce loro una vera anima ma si limita a truccarle in modo un po' forzato. Nonostante questo limite evidente, 'Distortion' è un disco felicemente fuori moda, estroverso e folle, che non scade in banali cliché e non si propone in maniera ruffiana. Emerge con evidenza come il songwriting di Merritt sia ulteriormente cresciuto rispetto al già ottimo passato: le canzoni sono ben scritte, soprattutto quelle affidate alla voce di Shirley Simms, i refrain sono perfetti, le melodie catchy semplici ma efficacissime ('California Girls', 'Drive On, Driver', 'Three-Way'). Ovunque affiora il gusto pop vivace e zuccherino di Merritt, sempre eccelso nel citare la spensieratezza sixties à la Beach Boys ('Xavier Says', 'The Nun's Litany') per poi mescolarla con impasti sonici acidognoli che creano effetti di straniamento assai gustosi. Non mancano esperimenti insoliti come 'Zombie Boy', divertissement freddino con una melodia viziosa e vagamente sinistra, che recupera la lezione dei Depeche Mode anni '80. Sugli scudi il romanticismo quasi Dream-Pop della suggestiva 'Till The Bitter End', il duetto avvolto nella nebbia elettrica di 'Please Stop Dancing' e il manicheismo tra “sober” e “shit-faced” della geniale filastrocca 'Too Drunk To Dream'.

VELOCITA': andatura decisamente moderata per i nuovi Magnetic Fields. Canzoni come 'I'll Dream Alone', 'Mr. Mistletoe' e 'Old Fools' rappresentano una sorta di cifra stilistica in tal senso, con Merritt che emerge come un santone con la sua voce bassa e cerimoniosa, una luce che filtra da una selva di feedback minimali. Anche i pezzi cantati dalla Simms rispettano questa formula, come dimostra la piacevole cantilena conclusiva di 'Courtesans'.

IL TESTO: "The faux folk sans derrieres / They breathe coke and they have affairs with each passing rock star / They come on like squares then get off like squirrels / I hate California girls", da 'California Girls'

LA DICHIARAZIONE: così Merritt, intervistato da 'Drownedinsound.com', a proposito della sua ossessione per il sound creato dai Jesus & Mary Chain: "'Psychocandy' è stato l'ultimo evento significativo per quanto riguarda la produzione musicale pop. L'ultimo caso in cui ho ascoltato un suono così brillantemente originale. Non ho più sentito nulla da allora che mi facesse dire: 'Questo è un modo davvero nuovo di fare dischi!'. 'Distortion' non è altro che il mio tentativo di suonare più 'Jesus & Mary Chain' dei Jesus & Mary Chains stessi."

IL SITO: 'Houseoftomorrow.com' e 'Myspace.com/themagneticfields'