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Antlers: Hospice
Antlers:
Hospice


ANNO: 2009
ETICHETTA: French Kiss

"Un disco che non fa economia di piccoli piaceri"
  il giudizio di indie-rock.it: 9/10
GENERE: (post)pop.

PROTAGONISTI: Peter Silberman.

SEGNI PARTICOLARI: non proprio una one-man band, ma quasi, gli Antlers sono la creatura di Peter Silberman, giovane di NYC. Sebbene sconosciuto al pubblico, grande o piccolo che sia, Peter ha già pubblicato (tra gli altri) un album pregevole di canzoni minute e rinfrescanti, una pioggerella d’acquerello stagliata sulla parete di una cameretta dei sobborghi della Grande Mela: 'In The Attic Of The Universe'. Non dico di più, meglio farsi strada passo dopo passo nel mondo al tempo stesso 'niuiorchese' e 'gondriano' (godurioso paradosso) di Silberman.

INGREDIENTI: quanti sono gli album che danno l’impressione di essere una vera e propria emanazione dell’artista che ne è autore? (Certo, la sincerità è un attributo raggiungibile anche quando il contenuto è mediocre, ma può veramente il contenuto eccellere senza di essa?) Che Peter Silberman abbia messo tutto sé stesso in questo album, è fuor di dubbio - e non è dovuto rinchiudersi in un cabin del Wisconsin. Il fortemente e volutamente ambiguo prefisso 'post-', una specie di vezzeggiativo, potrebbe ingannarvi evocando scenari post-(appunto)apocalittici di territori spogliati della vita e silenziose meditazioni sul sistema di valori occidentale. Niente di tutto questo. Siamo decisamente più vicini ai silenziosi risvegli islandesi dei Sigur Ros: il 'momento' del disco è quello della grigia, lucida fissità che accompagna la fine di un temporale estivo, quando pare che la vita riprenda coscienza di sé. Peter si inserisce sommessamente in tutto questo, ricordando, a volte, le fioriture vocali di Antony, senza la personalità ma anche senza l’affettazione. Un'altra cosa che si può dire di Silberman è la sua forte attitudine per il 'classico' (termine che butto lì, chi ci capisce è bravo), per canzoni che non si esauriscono nel tempo e che travalicano i generi. Si è parlato di 'post', ma per questo disco si parla anche più volentieri di pop. Pezzi come 'Kettering', 'Bear', 'Two' avrebbero la sintesi e la melodia per fare capolino nelle hit parade, possedendo la freschezza malinconica delle grandi canzoni .

DENSITÀ DI QUALITÀ: 'Hospice' intercetta una gamma di sensazioni delle più disparate e le dipana in atmosfere a volte rarefatte, oniriche, altre volte lucide, cristalline. La forma canonica della canzone si dissolve spesso in giri d'accordi accompagnati da linee vocali incastonate in una fissità che si fa preziosa quando il pezzo esplode (con una progressione e un alternarsi tipicamente post) in una sorta di toccante agnizione. Ne è l’emblema la già citata 'Kettering', la più 'antonyeggiante' del lotto. Ma il disco è un emozionante susseguirsi di piccole sfumature, di riferimenti ipodermici che risuonano in modo inconfondibile ma non pedissequo in chi ha un’idea di quali siano stati i capisaldi degli ultimi dieci anni. Sentiamo quindi quanto 'Funeral' e 'Agaetis Byrjun' vengono iniettati in 'Sylvia'. Quanto di 'Transatlanticism' ci sia in 'Atrophy', altra vera e propria perla del disco. In qualche modo, però, si assiste ad una metabolizzazione del tutto personale, si ha sempre la precisa coscienza del tepore generato dalla 'presenza' di Silberman nel disco. Che si dà a braccia aperte, come nella coda di quest’ultimo pezzo, un Justin Vernon ancora più passionale. La bellezza di questo disco si svela anche in pezzi dichiaratamente pop come 'Bear', con un ritornello che pare un tormentone estivo anni ’80 ("We're too old / We're not old, old at all"), ma si tratta di un pezzo solo apparentemente banale, che con l’ascolto disvela tutta il suo profondo sentimento elegiaco. Ammetto di non avere avuto il tempo (e le fonti) di spulciare a fondo i testi, ma meriterebbero certo un approfondimento, essendo una miscela del trasporto del miglior Gibbard combinata con la sapienza che attinge dal grande Maestro Sheff. E’ un disco che non fa economia di piccoli piaceri, quali l’immergersi nella balsamica, rassicurante malinconia di 'Two', altro pezzo da mettere in dispensa per l’inverno che verrà. E dormire, e sognare: 'Shiva'. Pare di vedere lembi di nebbia avvolgere tronchi nodosi al chiaro di luna, fuochi fatui che danzano in lontananza, su antichi cimiteri. E quanto Bon Iver in 'Wake'… In una cornucopia di emozioni, il pezzo cambia improvvisamente volto, sbocciando in una deflagrazione catartica. So che qualcuno di voi stenterà a credere che io stia parlando proprio di questo disco in questi termini, ma vale la pena di sforzarsi di farsi strada in questo disco, di squarciare il velo che ammette a ciò che pulsa incessante tra le pieghe di questo disco.

VELOCITA’: come le nuvole, 'Hospice' pare fisso, sebbene sia in grado di muoversi a grande velocità.

IL TESTO: "We'll be blind and dumb until we fall asleep / None of our friends will come / They dodge our calls / And they have for quite awhile now / It's not a shock / You don't seem to mind and I just can't see how / We're too old / We're not old, old at all / Just too old / We're not old, old at all, da 'Bear'.

LA DICHIARAZIONE: Peter a 'Thetorturegarden': "Direi che 'Hospice' non è esattamente una direzione diversa per me/noi, ma piuttosto il culmine degli scorsi anni di uscite. Ho provato alcuni approcci finora con gli Antlers. 'Uprooted' era l’album folk, 'In The Attic Of The Universe' una specie di space-pop, e 'Cold War & New York Hospitals' era qualcosa di più lento. 'Hospice' potrebbe essere l’album 'shoegaze', ma non avevo davvero qualcosa in mente mentre lo facevo. L’argomento era più importante di qualsiasi altra cosa per me, e raccontare la storia coerentemente era l’obiettivo. Il sound era più o meno il risultato della somma di tutti i sound precedenti trasformati in qualcosa di nuovo. Volevo fare qualcosa di più grosso, più dark, e più completo che in precedenza, e per farlo, non dovevo più lavorare da solo".

IL SITO: 'Antlersmusic.com' oppure 'Myspace.com/theantlers'.

Lorenzo Righetto
 
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