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Mumford & Sons:
Sigh No More
ANNO: 2009
ETICHETTA:
Island
"'Sigh No More' spazzerà via qualsiasi cosa abbiate ascoltato finora, senza lasciarne ricordo" |
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il giudizio di indie-rock.it: |
         9/10 |
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GENERE: indie-folk.
PROTAGONISTI: Marcus Mumford (voce, chitarra e percussioni), Ted Dwayne (contrabbasso), Country Winston (banjo), Ben Lovett (tastiera).
SEGNI PARTICOLARI: nell'arco di una settimana sono finiti sulla nostra scrivania due dischi brit-folk di band esordienti, che ci hanno fatto gridare al miracolo. Se ascoltando 'The Sleeper' dei Leisure Society avete pensato che fosse il miglior prodotto sfornato da Albione in questo anno domini 2009, fermatevi un attimo perché potreste ricredervi. Se invece siete affetti da manie folk ossessivo-compulsive, il consiglio è leggermente differente: prendete la pagina della Moleskine dove avete ordinatamente scritto la top ten degli album con due mesi di anticipo sulla scadenza del calendario, strappatela, accartocciatela e cestinatela. 'Sigh No More' spazzerà via qualsiasi cosa abbiate ascoltato finora, senza lasciarne ricordo.
INGREDIENTI: Austin e Londra distano diverse migliaia di chilometri ma grazie a una congiunzione astrale chiamata End Of the Road Festival, tra la band di Will Sheff e quella Marcus Mumford c'è stato un incontro, se non fisico quanto meno ideale, intorno alla metà dell'appena trascorso mese di settembre, ai Larmer Tree Gardens nel Dorset. Okkervil River e Mumford & Sons non hanno condiviso il palco, né suonato lo stesso giorno ma la loro presenza al medesimo evento è sicuramente un fatto significativo. I primi per moltissimi di coloro che leggono queste pagine rappresentano un punto di riferimento assoluto, la loro unicità strumentale, vocale e compositiva, li colloca nell'iperuranio dell'indie-rock. I Nostri invece, all'esordio sulla lunga distanza dopo tre EP, per personalità e attitudine sono quanto di più vicino ai texani si sia mai visto e sentito. Arrangiamenti eclettici e magniloquenti con assoli di tromba, fughe tastieristiche, cavalcate bluegrass di banjo e l'immensa raffinatezza del contrabbasso accompagnano un cantato che attraverso l'alternanza tra individualismo e coralità dipinge chiaroscuri di una profondità estrema. La resa melodica complessiva è, senza mezzi termini, straordinaria.
DENSITA' DI QUALITA': esordire con la title-track singnifica non aver paura di giocare a carte scoperte e infatti i Mumford & Sons ci danno subito una deliziosa anteperima di ciò che troveremo negli undici brani successivi. 'Sigh No More' si apre con una sezione vocale collettiva e lacerante, simile ad un'invocazione religiosa, sostenuta da un fingerpicking misurato, per trasformarsi in un fiume in piena, la cui corrente inarrestabile viene rappresentata a meraviglia dal climax strumentale di chitarra, banjo e tastiera. La ritmica cadenzata e il testo carico di speranza di 'The Cave' precedono la melodia trionfale e avvolgente di 'Winter Winds' che con i suoi malinconici squilli di tromba lascia profondi solchi emotivi. Riuscire a raggiungere i sentimenti più intimi e nascosti con un atteggiamento muscolare è la peculiarità di questo album che ci colpisce maggiormente, capita di frequente infatti di emozionarci con un assolo straziante di violino o un arpeggio delicato di acustica, provare sensazioni simili amplificate da un approccio orchestrale è ancora più sorprendente e piacevole. 'White Blank Page' è una ballata struggente che intreccia al caratteristico tappeto ipnotico del banjo un cantato di grande pathos, a seguirla il garbato minimalismo di 'I Gave You All' che sfocia in un amaro grido di dolore. Il primo singolo estratto dal disco è 'Little Lion Man' un'energica cavalcata, biglietto da visita ideale per farsi apprezzare anche dalle orecchie meno affini alle sonorità folk. La coralità di 'Timshel' anticipa l'atmosfera cupa di 'Thistle & Weeds' dovuta soprattutto all'angosciante incedere della tastiera. Ciò che impressiona veramente in questo lavoro è che, sebbene la band abbia la piena consapevolezza dei propri mezzi, le doti vocali e strumentali siano sempre al servizio della melodia, non c'è manierismo, né ostentazione, passi falsi che sovente al disco d'esordio vengono compiuti da chi ha troppa voglia di dimostrare il suo valore. Chiude la meravigliosa 'After The Storm', per la quale titolo migliore non poteva essere scelto e che dà il più dolce degli arrivederci alla prossima puntata.
VELOCITA': una passeggiata nel parco mano nella mano con il/la vostro/a amata/a ad ottobre, quando i colori rendono l'amore ancora più speciale.
IL TESTO: "But I will hold on hope / And I won't let you choke / On the noose around your neck / And I'll find strength in pain / And I will change my ways / I'll know my name as it's called again" da 'The Cave'.
LA DICHIARAZIONE: Marcus a XYZ Magazine: "Noi tutti suonavamo in band prima di formare i Mumford & Sons. Ho iniziato a scrivere canzoni all'università, poi quando sono tornato a Londra di solito ci esibivamo in questo club chiamato Bosun's Locker, dove Winston di solito passave le notti."
IL SITO: 'Myspace.com/mumfordandsons'.
Andrea D'Avolio |
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