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Male Bonding: Nothing Hurts
Male Bonding:
Nothing Hurts


ANNO: 2010
ETICHETTA: Sub Pop

"Irresistibile, tirato, scanzonato"
  il giudizio di indie-rock.it: 8/10
GENERE: indie lo-fi, fuzz-pop.

PROTAGONISTI: Robin Silas Christian (batteria), John Artur Webb (chitarra, voce), Kevin Charles Hendrix (basso, voce).

SEGNI PARTICOLARI: alla fine dovevamo proprio ascoltarli i Male Bonding: tutta la critica americana e inglese ormai non parlava d'altro. Chi li definiva i nuovi No Age, chi i nuovi Nirvana... Oltre a ciò, c'era un contratto bello e pronto per la Sub Pop, con tutte le conseguenze in fatto di hype che ciò, come ben sappiamo, causa inevitabilmente. Eppure i fatti danno in buona parte ragione a questo fiume di elogi: 'Nothing Hurts' è un bel disco.

INGREDIENTI: la formula non è nuova: si crea un wall of sound feroce grazie a linee chitarristiche serrate (un po' Husker Du, un po' Nirvana, un po' Dinosaur Jr., un po' Sonic Youth), un basso propulsivo e una batteria martellante; si aggiunge un filo di noise e qualche fischio di feedback, e dietro a tutto ciò si inseriscono le melodie: veloci, dirette, emozionali, orecchiabili e, soprattutto, belle.

DENSITÀ DI QUALITÀ: irresistibile, tirato, scanzonato: tutto questo è 'Nothing Hurts', nella sua mezz'ora scarsa di durata. Sì, perché i Male Bonding, già all'esordio, dimostrano di avere una sorprendente capacità di scrivere canzoni che si stampano in testa già al primo ascolto, mandando all'aria (in parte, eh) qualsiasi tentativo di opporre delle critiche e di parlare di cliché, di già sentito e via dicendo. Dalla prima all'ultima traccia ci si diverte da matti e si suda come muli, in preda a un istinto adolescenziale e, a suo modo, nostalgico. C'è poi una buona dose di carica emotiva dietro a diversi episodi del disco: in 'Year's Not Long', ad esempio, non è difficile intravedere in filigrana un covo di sentimenti inespressi, di rabbie e rancori tenuti fin troppo nascosti; e anche la traccia finale ('Worse To Come'), quella ballata acustica che nessuno si aspettava, è in fondo il manifesto di una generazione di musicisti (insieme a loro, ricordiamo No Age, Vivian Girls, Dum Dum Girls) disillusi. C'è solo la voglia di divertirsi, di inneggiare all'amicizia e ai bei tempi andati, e di farlo per bene. Impressionano positivamente, infatti, gli arrangiamenti ben curati dal punto di vista tecnico (che batteria!) e, come già detto, le strutture melodiche su cui si regge l'intero lavoro. Ottima coesione interna, poi. Per esempio l'uno-due 'All Things This Way' e 'Your Contact' è legato indissolubilmente da un'urgenza espressiva quasi da anthem generazionale. L'indolente e svogliata cadenza di Franklin potrebbe andare avanti all'infinito, ma i Male Bonding avvertono che questo sogno prima o poi finirà (“Oh this won't last forever”). E che dire di 'Crooked Scene', in preda ad isterismi Bloc Party-ani e ad irresistibili sfoghi melodici dai contorni indie-pop? Le ritmiche complesse di 'T.U.F.F.' hanno invece qualcosa del math-rock, mentre i coretti surf-pop di 'Nothing Remains' evocano la spensieratezza dei Ramones. I grumi noise di 'Nothing Use To Hurt' lasciano ben presto il posto all'ennesimo rock 'n' roll veloce ed orecchiabile. L'ultima parte del disco invece, pur mantenendo una buona coesione di temi e stili, risulta meno catchy e scorrevole. Quello spazio che separa i Male Bonding dall'essere una band convincente a tutti gli effetti è da colmare con un pizzico di personalità e incisività in più. Le premesse ci sono, e il tempo pure.

VELOCITÀ: 13 canzoni in 27 minuti: più veloce di così...

LA DICHIARAZIONE: riguardo a chi li definisce 'punk' Robin Christian dice: “Punk vuol dire troppe cose. Noi siamo semplicemente pop”.

IL SITO: 'Myspace.com/malebonding'.

Gioele Sforza
 
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