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Gary War: New Raytheonport
Gary War:
New Raytheonport


ANNO: 2009
ETICHETTA: Shdwply

"Musica poco incisiva ed un po' troppo sterilmente concepita, magari affascinante ma poco emozionante"
  il giudizio di indie-rock.it: 6/10
GENERE: psych-pop.

PROTAGONISTI: Greg Dalton aka Gary War (voce, chitarra, basso, synth, campionatori, drum machine). Contributo in fase di registrazione da Ariel Pink e ospitata del suo batterista Tim Koh e del bassista Zachary Wilson in un paio di pezzi.

SEGNI PARTICOLARI: Il newyorkese Greg Dalton, meglio noto sotto lo pseudonimo di Gary War, è tra gli alfieri riconosciuti del cosiddetto movimento pop ipnagogico (o chillwave, o glo-fi, a seconda delle etichette dei critici) insieme a Dayve Hawk (Memory Tapes), Alan Palomo (Neon Indian) e Chazwick Bundick (Toro Y Moi). 'New Raytheonport', primo album uscito a suo nome, è in realtà una raccolta di brani registrati in maniera semiamatoriale tra il 2005 e il 2007, in linea con i dettami estetici della corrente. Pochi mesi fa Gary War ha pubblicato il suo secondo disco, l'ancora più astratto'Horribles Parade'.

INGREDIENTI: In ossequio al verbo dell'home recording e ai criteri chiave della nuova pseudo-corrente musicale, Gary War ha inciso le canzoni che danno vita a questa raccolta su un registratore multitraccia analogico Tascam 488, ponendosi come sostanziale obiettivo espressivo la ricerca di un originale impasto sonoro a base di kitsch-pop retrò riprodotto senza troppi fronzoli in confezione povera se non poverissima. Emblematico di questa filosofia improntata ad un anomalo lo-fi è un brano come 'Obscure Preferences', dove riverberi e sfregamenti elettrici alla Jesus & Mary Chain si innestano su un semplice motivetto che fa tanto anni '80, lasciandolo sepolto sotto strati e strati di sporcature noise non proprio indimenticabili. Al di là di un artificio in fondo pretestuoso, si segnala all'ascolto una scrittura pop abbastanza felice e consapevole. Per quanto più articolata e facilmente identificabile, considerati anche i debiti rilevanti nei confronti delle grandi band dell'era dark, la cover di 'Eye in The Sky' degli Alan Parsons Project non sfugge ai limiti della formula: sui riferimenti è applicato il sabotaggio stilistico che confonde inevitabilmente ogni correlazione rendendo tutto molto più incerto ed elusivo. Entrati in sintonia con questa logica compositiva se ne possono anche apprezzare i canoni, tuttavia resta musica poco incisiva ed un po' troppo sterilmente concepita, magari affascinante ma poco emozionante. La varietà è ampliata leggermente con il magma cupo e le bizzose reminescenze space di 'Grown in Shells', episodio che ribadisce molti dei cliché dei Flaming Lips più ostici, cinguettii compresi. Ai fan di Wayne Coyne e soci potrebbe non dispiacere anche 'Bounce Four', altro passaggio all'insegna di una discreta alienazione, tra radiosi sprazzi empatici ed il consueto ammorbamento affidato alle pastose frattaglie e ai grovigli sonici. Non lascia tracce memorabili neanche il debole finale di 'Hope For The Future', la cui trama basica à la Swans è reiterata senza troppa fantasia, pare condannata alla fissità dal suo moto circolare e sostanzialmente non approda, un po' come l'album.

DENSITÀ DI QUALITÀ: Le discontinuità nell'assemblaggio di 'New Raytheonport' si riflettono in un andamento altalenante di spunti e sensazioni, nonostante l'impronta formale rimanga ancorata ad una generale impressione di fumosa indeterminatezza. L'apertura di 'Clouds Went That Way' palesa in maniera inequivocabile come gli estremi del songwriting di Dalton non possano essere agevolmente definiti ed incasellati in una o più cifre di comodo. Tra vortici e gorgheggi sonori, voci filtrate dal sapore acquatico lasciano esili velature pop su una crosta sonora frastagliata, irregolare, sospesa e vagamente onirica, mentre i rumori ed una variegata chincaglieria elettrica non fanno altro che amplificare questo senso di quieto spaesamento, di lenta ma inesorabile deriva della ratio: un mix che può risultare fine a se stesso nella forma per quanto non privo di un suo fascino sfuggente. Pur dimostrandosi più vivace sul piano ritmico e più onestamente pop nelle ambizioni, anche la successiva 'Good Clues' si propone come episodio deviato e sommerso al punto giusto, non riuscendo a conti fatti a tradurre in risvolti entusiasmanti le proprie curiose intuizioni. In questo caso il taglio sperimentale e minimalista adottato disinnesca una modesta trama power-pop, confondendo bonariamente le coordinate dell'ascoltatore. Nel disco si conferma dunque come filo conduttore la vena sottilmente anarchica che sta alla base delle scelte espressive, quella radicale destrutturazione della forma-canzone attuata con piglio ludico dall'autore a livello di scrittura. Il resto dell'album si esprime replicando questo semplice presupposto stilistico, senza l'infamia della noia ma anche senza guizzi creativi degni di nota. In 'Please Don't Die' stranianti aperture ariose si infrangono su un impasto più scuro e sintetico lasciando una piacevole sensazione di corto circuito, di deviazione acida. Una canzone interessante al di là del suo effettivo valore, anche in virtù del contrasto tra la vocazione easy listening e la rigorosa noncuranza della bassa fedeltà. Se 'Healty Living' sa di pacchiana elettronica vintage e si sviluppa come un rancido divertissement psych, 'Edge of Mess' non fa che riproporre l'ennesima irridente accozzaglia di trame ed umori, se possibile anche più caotica della media. Per fortuna la durata ed il numero dei brani giocano a favore del disco e risparmiano l'ascoltatore prima che il gioco inizi a mostrare la corda.

VELOCITÀ: 'Cyclops Eye' funziona egregiamente come cartina al tornasole dell'album. E' avvolgente, allusiva, ovattata, rarefatta, psichedelica. Si snoda placida ed imperturbabile, insinuandosi come un anestetico che fa effetto lentamente ma inesorabilmente.

IL TESTO: “Please don't die / because I'll die”, da 'Please Don't Die'

IL SITO: 'Shdwplyrecords.com' e 'Myspace.com/garywargarywar'.

Stefano Ferreri
 
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