Angel Olsen: ‘All Mirrors’ (Jagjaguwar, 2019)

Genere: chamber-folk | Uscita: 4 ottobre 2019

Più o meno ogni album di Angel Olsen parla della sofferenza che si prova dopo la fine di una relazione. Non dev’essere evidentemente molto fortunata in amore la povera ragazza originaria di St. Louis, che mostra però sempre grande forza nell’affrontare il distacco, salvo poi ricadere nei medesimi errori di selezione dei partner. ‘All Mirrors‘, suo quarto LP di una carriera in costante crescita, potrebbe essere uno spartiacque anche per la sua vita privata. C’è infatti una nuova consapevolezza nella cantautrice Missourian, che si esplicita in una maggiore coscienza di sé, tale da renderla meno dipendente dagli altri: “Questo è un album su come perdere empatia, fiducia, amore per le persone distruttive; sul rendersi conto che essere in pace con sé stessi può avere più valore“, spiega lei nella press-release. Analogamente, ‘All Mirrors‘ mostra un’ulteriore grande salto in alto anche dal punto di vista musicale.

Gli specchi del titolo, che a Angel servono soprattutto per guardarsi dentro, riflettono una diversa prospettiva sia nella composizione che nella realizzazione delle sue nuove canzoni: “E’ come se una parte della mia scrittura provenga dal passato, e un’altra parte sia in attesa di esistere“, dice la Olsen di questo suo ambiziosissimo nuovo album. E’ probabilmente questa la ragione per cui, dopo aver registrato una versione molto essenziale delle sue nuove canzoni, nella sua testa è balenata l’idea di arricchirle, ingrandirle, adornarle di strumenti e suoni che le potessero rendere intense ed espressive al massimo. John Congleton, già con lei in ‘Burn Your Fire for No Witness‘, l’album del 2014 che le ha dato la notorietà, era il produttore ideale per una trasformazione per la quale sono stati fondamentali anche il poli-strumentista Ben Babbitt e un’orchestra di 14 elementi guidata da Jherek Bischoff.

Lark‘ e ‘All Mirrors‘, primi due brani in scaletta e primi due singoli estratti, sono lo zenith di questo disco: caratterizzati da crescendo improvvisi e dalla grande espressività della voce della Olsen, utilizzano la succitata orchestra come elemento fondante della loro struttura e non come semplice orpello decorativo. Hanno un’urgenza comunicativa ancor più incisiva rispetto alle precedenti composizioni della (ex?) folk-rocker americana, ma la consueta rabbiosa cupezza. Il resto dell’album non riesce a mantenere un tale altissimo livello, ma conferma l’ottima qualità della sua scrittura. Se ‘Too Easy‘, ‘New Love Cassette‘, ‘Spring‘ e ‘Summer‘ sono le canzoni che più si avvicinano agli LP precedenti (e ‘What It Is‘ è un unicum frizzantemente orecchiabile con un eccentrico utilizzo degli archi), la seconda parte del disco (‘Impasse‘, ‘Tonight‘, ‘Endgame‘ e ‘Chance‘) si sposta su una sorta di onirismo vintage da Hollywood e Broadway anni ’50, in cui la protagonista mette in mostra altre dote vocali sinora nascoste. E’ forse una sorta di rifugio in una nuova comfort zone meno interessante della prima metà del lavoro, ma assolutamente ineccepibile. Di certo contribuisce all’aumento del credito che questo lavoro fa indubbiamente guadagnare ad Angel Olsen, perché riesce a mostrare di essere capace a fare cose che non aveva mai fatto, e di saperle fare anche meglio di quelle che aveva già fatto.

VOTO: 😀



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