Anna B Savage: ‘A Common Turn’ (City Slang, 2021)

Genere: operatic-pop | Uscita: 29 gennaio 2021

Verosimilmente, la prima difficoltà che Anna B Savage ha dovuto affrontare nella vita è stata condividere il giorno del compleanno con Bach. Sì, proprio Johann Sebastian, alle celebrazioni del quale i genitori, entrambi cantanti lirici, dovevano professionalmente dedicare l’intera giornata. La piccola Anna si ritrovava così tutta sola in una stanza della Royal Albert Hall nel giorno in cui, solitamente, gli altri bambini sono circondati di amichetti e parenti. C’era però un’altra faccia della medaglia, ovvero l’essere stata circondata, sin dalla fanciullezza, da partiture e arie musicali. I geni ereditati ci hanno messo del loro, donandole una voce che non sfigurerebbe in un’opera, ma che la musicista londinese ha scelto di utilizzare nella musica pop.

A scanso di equivoci, va sottolineato come ciò che canta la Savage non sia identificabile in nulla di ordinariamente pop. Tutt’altro, ha strutture complesse, spesso si sbarazza sia delle strofe che dei ritornelli, è costruito, ben prima che venisse messo in musica, su personalissime riflessioni annotate su una serie di foglietti appiccicati alle mura della sua stanza: “Sembravo davvero una serial-killer, ma mi è servito per essere certa di poter affrontare tutti i temi che avrei voluto, collegando alcune idee ed eliminando le ripetizioni“. È stata una sorta di terapia, dopo alcuni anni di grande sofferenza a seguito di una relazione “tossica” che aveva messo in grande discussione ogni tipo di fiducia in sé stessa. Per questo il titolo del suo primo disco parla di “svolta“, arrivata a quasi 6 anni di distanza dal primo EP (2015), che fece letteralmente impazzire Father John Misty (“il mio papà musicale“), tanto da volerla con lui in tour. Un successo così repentino che Anna, anche per i problemi personali di cui sopra, non riuscì prontamente a gestire, e che ha dunque necessitato di tempo per avere un seguito.

Fondamentale, per giungere a ‘A Common Turn‘, è un’altra figura che le ha mostrato quella stima di cui aveva bisogno, ovvero William Doyle aka East India Youth. La loro si è rivelata l’unione perfetta, con lui – in qualità di produttore – a dare un senso ma anche ulteriore imprevedibilità alle composizioni di lei, principalmente costruite sulle sole voce e chitarra acustica, che si vedono incrementare in intensità e strumentazione all’improvviso, come pervase da inattesi tsunami emozionali che portano questo disco su un livello superiore. Per esempio, nel crescendo della pedissequa ripetizione “I don’t know if this is even real / I don’t feel things as keenly as I used to” di ‘Concrakes‘, che si chiude con un laconico e interrotto “I don’t feel things“. O nella scarica elettronica che a un certo punto compare in ‘Two‘ e che lascia senza fiato, allo stesso modo di quelle elettriche di ‘Chelsea Hotel #3‘ e ‘Hotel‘. Profondità emotiva, testi intimamente pregnanti, una produzione (concordiamo con la press-release) “ambiziosa quanto elegante” e una vocalità che ha pochi eguali (la “via di mezzo tra Anohni e My Brightest Diamond“, suggerita dalla webzine Music OMH, ci sembra una descrizione azzeccata): Anna B Savage, a fine gennaio, è già la titolare di uno degli esordi dell’anno, in cui talento e personalità sono così lampanti ta togliere ogni dubbio. Probabilmente, anche quelli che l’avevano torturata in passato.

VOTO: 😀



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