Bdrmm: ‘Bedroom’ (Sonic Cathedral, 2020)

Genere: shoegaze | Uscita: 3 luglio 2020

L’ascesa dei Bdrmm alla (relativa) notorietà potrebbe essere sembrata sin troppo rapida già dai tempi del loro primo demo, registrato in fretta e furia dal frontman Ryan Smith sul proprio iPhone e in un paio di passaggi finito addirittura su BBC Radio 1. È stato il primo di una lunga serie di brani apprezzati istantaneamente da quasi tutti coloro che hanno avuto modo di ascoltarli. Così tanto che colui che doveva essere soltanto il produttore del loro album di debutto, Alex Greaves, ha voluto a tutti i costi entrare nel gruppo, e che ‘Bedroom‘, titolo esplicativo su come si debba pronunciare l’insieme di consonanti che compongono la loro denominazione, è finito nella sezione recensioni di praticamente tutti i magazine più seguiti d’Inghilterra. Sussistono dunque pochi dubbi sul fatto che i soli 2761 follower della loro pagina Facebook siano destinati ad aumentare piuttosto in fretta.

E’ un incremento nell’ordine delle cose anche perché le 10 tracce contenute nell’esordio di questi cinque ragazzi di Hull hanno tutto per piacere ai nostalgici di shoegaze e post-punk: un altro Smith, Robert, è il primo citato della lista di band affini che compare nella press-release della Sonic Cathedral, label specializzata in un certo tipo di rock rumoroso. Deerhunter, DIIV, Ride, Radiohead, Chameleons, Protomartyr, Pale Saints e il krautrock in toto sono altre influenze elencate dalla nota, e a parte Thom Yorke e soci si rivelano tutte piuttosto evidenti, senza però apparire semplici copia-incolla. ‘Happy‘, ad esempio, uno dei primi pezzi scritti dallo Smith più giovane, ha sì un basso da ‘Disintegration‘, ma sviluppa una parte lirica molto più onirica di quanto sarebbe nelle corde dello Smith più anziano.

E’ dunque un revivalismo non fine a se stesso quello dei Bdrmm, che anche grazie al mixaggio di Heba Kadry, uno che ha lavorato con modelli di riferimento affini come Slowdive e Beach House, rimane perfettamente bilanciato nei volumi di composizioni che fanno susseguire quite e tempesta alla maniera della migliore tradizione di chi si guarda le scarpe. Le lunghe parti strumentali (‘Momo‘, ‘Silence‘, ‘Unhappy‘) non impediscono altresì di far emergere dalla scrittura di Ryan Smith anche un evidente talento melodico: avviene in rocksong alternative quali ‘Gush‘ e la succitata ‘Happy‘, ma anche nello slowcore conclusivo di ‘Forget The Credits‘. E’ questo il brano che più di altri mostra nitidamente una grande versatilità di idee e di esecuzione, che non può non far ben sperare per il proseguo di una carriera già ottimamente avviata con un gran bel disco.

VOTO: 😀



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