Big Red Machine: ‘Big Red Machine’ (Jagjaguwar, 2018)

Genere: folktronica | Uscita: 31 agosto 2018

Si conoscono da tempo Justin Vernon e Aaron Dessner, da una decina di anni si scambiano idee musicali: fu proprio nel 2008, in vista della raccolta ‘Dark Was The Night‘ (curata dal chitarrista dei National), che Aaron inviò un pezzo strumentale a Justin affinché vi aggiungesse delle liriche. Quel brano si chiamava proprio ‘Big Red Machine‘, e fu l’inizio di una solida amicizia ma anche di una prolifica collaborazione artistica.

La cooperazione tra Vernon e Dessner è nel tempo diventata così fitta che i due hanno persino ideato una piattaforma per la composizione e la diffusione di musica online. Si chiama PEOPLE, tutto maiuscolo, e vuole essere uno spazio in cui i musicisti, senza alcun tipo di pressione commerciale, condividono idee e talenti. ‘Big Red Machine‘ in quanto album è dunque anche una sorta di concreta esemplificazione di quanto la coppia di amici aveva in animo di realizzare attraverso PEOPLE. Contiene infatti un paio di dozzine di ospitate, tra cui quelle di Jan St. Werner dei Mouse On Mars, Lisa Hannigan, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Phoebe Bridgers e ovviamente di due National, Bryan Davendorf e Bryce Dessner.

L’essere un side-project oltre che una sorta di promo per il lancio di una piattaforma streaming (sebbene molto sui generis) e infine un esperimento socio-musicale (“Il processo creativo era molto più importante del risultato“, spiega Aaron nelle note del disco) non sono premesse estremamente benauguranti. In realtà, ‘Big Red Machine‘ è un album che ha un senso al di là di PEOPLE (e infatti è finito anche su Apple Music e Spotify, e nei negozi tramite Jagjaguwar), perché propone un curioso connubio tra il folk ad alto contenuto di rhythm and blues caratteristico di Vernon e una serie di strati sonori accatastati da Dessner e dai numerosi collaboratori. Risulta quasi un seguito di ‘22, A Million‘ sia per le evidenti influenze dei recenti featuring di Justin con la créme dell’hip-hop, oltre che per l’abbondante presenza di beat, drum machine ed elettronica in genere. L’apporto del chitarrista dei National è meno riconoscibile ed è forse più utile nel dare un ordine, anche in fase di produzione, a un materiale così eterogeneo.

E’ chiaro che, per stessa ammissione delle parti in causa, questo disco “è semplicemente parte di un processo e di una comunità che sta crescendo“; è chiaro anche che i migliori talenti dei protagonisti, in un tale contesto, non vengono messi in mostra, e che si tratta di un lavoro che non sarà granché rilevante all’interno delle rispettive carriere. Se però si riesce ad evitare di pensare troppo a ‘For Emma Forever Ago‘ o a ‘Boxer‘ e a concentrarsi su ciò che i Big Red Machine hanno avuto in animo di realizzare, l’ascolto può non rivelarsi poi così sgradevole, anche solo per la classe dei soggetti coinvolti.

VOTO: 🙂



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