Brian Jonestown Massacre: ‘The Brian Jonestown Massacre’ (a, 2019)

Genere: psych-rock | Uscita: 15 marzo 2019

Anton Newcombe non è più il tizio drogatissimo e borderline apparso in ‘Dig!‘. Anton Newcombe oggi è un pacioso cinquantenne residente a Berlino con la passione per l’orticoltura, che la sera prima di un concerto va a farsi tranquillo tranquillo due passi con la propria band nel centro storico di St. Malo (testimonianza oculare, ndr). Registra un album all’anno, sempre con lo stesso pseudonimo, Brian Jonestown Massacre, e lo pubblica per la propria etichetta personale. E’ sempre stato un tipo coerente Anton, è sempre andato per la sua strada, si è sempre portato dietro la sua folta schiera di irriducibili fan. A distanza di 15 anni da quel famigerato documentario che, va detto, lo rappresentava in maniera assai caricaturale, si può affermare che chi aveva ragione era proprio lui.

A qualche compromesso è sceso anche lo stesso Newcombe, è abbastanza evidente. Non solamente per preservare la propria salute psicofisica, ma anche dal punto di vista musicale. Sono ormai diversi anni che i Brian Jonestown Massacre hanno sintetizzato un suono che annualmente viene riproposto senza grandi mutamenti, recentemente anche in maniera piuttosto fruibile. Come avviene in questo ennesimo LP, il diciottesimo in carriera, il primo a chiamarsi semplicemente ‘The Brian Jonestown Massacre‘.

In realtà una ragione per un titolo così lapalissiano c’è. Sono queste nove tracce, neanche troppo dilatate (si arriva al massimo a 6 minuti, in totale si giunge a 38), che paiono fungere da accessibile sunto del rock della band californiana, che non si sente neanche di alzare troppo i volumi, mischiando spesso e volentieri l’acustico all’elettrico (come in ‘We Never Had A Chance‘). Persino l’unico pezzo strumentale, ‘My Mind Is Filled With Stuff‘, è a suo modo catchy, godibile come tutto il resto del disco, che non scopre di certo un’altra America ma che potrà rassicurare e soddisfare gli estimatori più affezionati ad Anton: la sua psichedelia, nonostante gli anni che passano e i dischi che si susseguono, è ancora in più che buona salute.

VOTO: 🙂