Bright Eyes: ‘Down In The Weeds, Where The World Once Was’ (Dead Oceans, 2020)

Genere: chamber-folk | Uscita: 21 agosto 2020

Sono molto lontani i tempi in cui i Bright Eyes erano, sostanzialmente, soltanto Conor Oberst e Mike Mogis: i primi anni 2000, quando il progetto, allora identificato unicamente con l’allora giovanissimo frontman, fece uscire una serie di album sbalorditivi per come fu in grado di ri-codificare la tradizione country e folk americana. In particolare quello del 2002, ‘Lifted Or The Story Is In The Soil, Keep Your Ear To The Ground‘, che fece esplodere un considerevole culto per il duo di Omaha, Nebraska, oltre e permettergli di vendere più di 250.000 copie. Niente male per un disco uscito su una piccola etichetta, la Saddle Creek, fondata dallo stesso Mogis con il fratello di Conor, Justin. L’idea di allora, che come ricorda Wikipedia “neanche riuscivano a tradurre a parole“, fu quella di congegnare “una sorta di suono sfarzoso” che accompagnasse le melodie di Oberst, tutte costruite sulla chitarra acustica. Registrato in un paio di mesi nel piccolo studio casalingo di Mike, faceva convivere un’ampia strumentazione con un’approccio decisamente lo-fi, che ne caratterizzava il suono rendendolo così speciale.

Sembra proprio che Oberst e Mogis, coadiuvati dal poli-strumentista Nathaniel Walcott in pianta stabile da ormai diverso tempo, siano voluti ripartire proprio da lì per il loro unico LP in quasi 10 anni, successore di quel ‘The People’s Key‘ del 2011 che abbandonò la strada intrapresa più di un decennio prima per condurre il tragitto della band su un binario, se non morto, immediatamente abbandonato. I progetti personali del frontman erano evidentemente apparsi più urgenti lungo tutti gli anni ’10: come i tre album firmati unicamente “Conor Oberst”, il suo ritorno al punk-rock e ai suoi ‘vecchi’ Desaparecidos, i duetti con Phoebe Bridgers che l’anno scorso hanno portato alla luce il bellissimo ‘Better Oblivion Community Center‘. ‘Down In The Weeds, Where The World Once Was‘ è al contrario un chiaro ritorno al passato, un aggiornamento di quel “grandiose sound” con tecniche di registrazione di maggiore qualità, collaborazioni importantissime (Flea dei RHCP suona il basso in metà dei pezzi, Jon Theodore dei QOTSA la batteria in un paio) e la presenza di una corposissima orchestra e un altrettanto numeroso coro. Il disco, peraltro, risente di quanto accaduto al proprio leader negli anni recenti: cose brutte, come la scomparsa di uno dei suoi fratelli, Matt, e il divorzio dalla moglie Corina (che comunque recita nell’intro iniziale).

Il decimo LP della carriera dei Bright Eyes è anche una chiaro riappropriazione del folk-rock nella sua accezione più classica, tanto da sembrare, a tratti, una sorta di auto-tributo alla propria carriera. Lo conferma una non sempre opportuna smania di dare a ogni traccia un arrangiamento abbondante e corposo, che fa sì che i singoli brani vengano di volta in volta associati ad accorgimenti non propriamente nella stretta tradizione di genere. Compaiono dunque sintetizzatori (‘Pan And Broom‘), archi (‘One And Done‘, ‘To Death’s Heart‘, ‘Comet Song‘), pianoforte (‘Persona Non Grata‘, ‘Hot Car In The Sun‘) e il succitato coro di nove elementi (‘Dance And Sing‘, ‘Forced Convalescence‘), tutti aspetti che mostrano una grande cura della componente stilistica, che va però a impattare eccessivamente sulla scrittura delle canzoni, non le migliori della storia del progetto. In realtà Oberst sotto uno standard di ampia sufficienza non scende mai, come dimostrano ‘Mariana Trench‘ e ‘Calais To Dover‘, e dunque ‘Down In The Weeds, Where The World Once Was‘ si rivela un altro buon disco, ma con il non trascurabile difetto che, soprattutto a livello melodico, se ne possa sin da subito ampiamente prevedere lo sviluppo.

VOTO: 🙂



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