Cage The Elephant: ‘Social Cues’ (RCA, 2019)

Genere: alt-rock | Uscita: 19 aprile 2019

A un certo punto, questi cinque ragazzi del Kentucky che si facevano chiamare Cage The Elephant dovettero emigrare a Londra. Ce li portò un’etichetta inglese, la Relentless Records, che li scoprì grazie a una loro breve esibizione al South By Southwest del 2007. Fu certamente utile per la band dei fratelli Shultz potersi fare le ossa in tour con i Pigeon Detectives, e tutto sommato andare in UK si rivelò un’ottima scelta, visti i risultati ottenuti nei primi dieci anni di carriera. Fu l’ingresso nella locale singles chart di ‘Ain’t No Rest For The Wicked’ che scatenò una reazione a catena che portò quella canzone praticamente in tutte le alternative radio americane, e consentì al loro omonimo album d’esordio del 2008 di arrivare al disco di platino.

Il rapporto tra i Cage The Elephant e l’FM è del resto stato sempre molto stretto. Il quintetto di Bowling Green è la classica rockband che non esagera, perfetta per chi si vuol sentire rassicurato senza tradire la propria indole ribelle. Matt Shultz e compagni hanno indiscutibilmente talento nel comporre canzoni piacenti, come se l’heavy rotation fosse il loro obbiettivo primario. È un’attitudine in loro innata che si conferma pienamente in ‘Social Cues’, quinto album in carriera e probabilmente sintesi definitiva di ciò per cui si sono sempre impegnati: condurre più ascoltatori possibili dalla loro parte con melodie e ritornelli killer. È in questa direzione che va vista la scelta di far seguire a Dan Auerbach dei Black Keys, che aveva prodotto il precedente ‘Tell Me I’m Pretty’ (2015), uno come John Hill, che in carnet ha gente del calibro di Demi Lovato, Imagine Dragons, Charlie XCX, Shakira e Christina Aguilera.

Il connubio, per cui gli auspici non erano certo i migliori, in realtà funziona. Calibra un rocchettino un po’ funky, una sorta di versione annacquata degli Spoon se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, o “una variante degli Imagine Dragons in giacche di pelle” (cit. Diymag.com) se lo si considera mezzo vuoto. In ogni caso è molto difficile resistere a diversi dei brani in scaletta: il garage-rock di ‘Broken Boy’, il soft-pop di ‘Black Madonna’, il funky-dub di ‘Night Running’, con tanto di comparsata di Beck (che rappresenta anche un chiaro riferimento stilistico), il crossover di ‘House Of Glass’, pezzo di gran lunga migliore del disco; ci sono anche due-tre lentoni da festa delle medie per far limonare i più giovani. Alla fine i Cage The Elephant ci riescono a confezionare quel disco che può piacere un po’ a tutti. E, in effetti, piaciucchia un po’ anche a noi.

VOTO: 🙂