Flaming Lips: ‘King’s Mouth’ (Bella Union, 2019)

Genere: psych-pop | Uscita: 19 luglio 2019

La fantasia di Wayne Coyne è notoriamente senza limiti: dall’infilarsi in un enorme pallone gonfiabile durante i concerti dei Flaming Lips, all’organizzare sit-in a bordo strada durante il passaggio dell’auto di Google Street View, al realizzare l’enorme testona metallica della sua installazione artistica chiamata ‘King’s Mouth‘, esposta a Portland, New York, Nashville, Houston e varie altre città degli Stati Uniti. I fortunati visitatori vi possono entrare e osservare una serie di opere dello stesso Coyne, diverse combinazioni di luci a LED intermittenti, e ascoltare i brani creati dai Flaming Lips per l’occasione, una colonna sonora che è anche il 15° album in studio per la band di Oklahoma City. Vuole essere una sorta di fiaba musicale per bambini che racconta, in vari capitoli (con la fondamentale narrazione di Mick Jones dei Clash) la storia di un giovanissimo re, che ha una testa enorme per aver ingurgitato (non si sa come) un’intera galassia, tempeste spaziali comprese, e che a un certo punto si immola per salvare il proprio popolo dalla minaccia di un pericoloso cataclisma. Per rendere omaggio al suo sacrificio, i suoi sudditi staccano il capo dal resto del cadavere e vi colano sopra acciaio liquido, trasformandolo in un eterno monumento alla generosità e all’altruismo.

Questo, in sintesi, il visionario tema dell’opera, la cui versione in vinile dorato era stata pubblicata ad aprile per il Record Store Day, dando l’idea di un’uscita minore. Niente di più sbagliato, ‘King’s Mouth‘ è a tutti gli effetti il nuovo album di inediti dei Flaming Lips. E’ anche il loro più accessibile degli ultimi 10 anni, sicuramente il più accostabile ai due più noti, ‘The Soft Bulletin‘ (1999) e soprattutto ‘Yoshimi Battles The Pink Robots‘ (2002). Analogamente, può essere sì considerato nel suo complesso, come un concept, ma anche apprezzato canzone per canzone, tralasciando interludi e collegamenti strumentali. Contrariamente ai due capolavori di cui sopra, l’impalcatura sonora è meno rigogliosa, più minimale: synth analogici, scarni beat e chitarre soprattutto acustiche costituiscono la trama musicale, tessuta con la consueta sapienza da Steven Drozd.

E’ qualcosa di assolutamente rinfrancante tornare ad ascoltare le canzoni dei Flaming Lips, a partire dalla strutturalmente complessa di ‘The Sparrow‘ e quella sorta di immediato encore che è ‘Giant Baby‘, dolcezze elettro-acustiche alla stregua delle migliori ballate scritte da Cohen, di cui altri esempio molto riusciti sono ‘How Many Times‘ e ‘How Can A Head‘. La vivacità compositiva della band di Oklahoma City è evidente nel glitch-pop di ‘All For The Life In The City‘ e nel funky di ‘Feedalodum Beetle Dot‘, peraltro i due momenti centrali della vicenda del giovane re. Che una band in attività da ben 36 anni riesca ancora a essere così creativa e spiazzante è stupefacente. La grandezza dei Flaming Lips è del resto evidente soprattutto quando, ed è questo il caso, sperimentazione e accessibilità vengono così efficacemente coniugate.

VOTO: 😀