Flasher: ‘Constant Image’ (Domino, 2018)

Come tutti i predestinati, i Flasher guadagnarono molta attenzione sin da subito, ovvero sin dal primo mini-album omonimo pubblicato nel 2016. Sono bastati un altro paio di singoli per convincere la Domino Records ad accelerare le pratiche per la messa sotto contratto di questo trio di Washington D.C., che non è completamente composto da esordienti: il chitarrista Taylor Mulitz, infatti, è il bassista dei Priests, nonché co-fondatore della Sister Polygon Records, dunque uno che sa come muoversi sia col proprio strumento che in studio di registrazione. Avere poi l’apporto di un produttore come Nicolas Vernhes (uno che ha lavorato con gente come Animal Collective, Deerhunter, War On Drugs) fa sì che l’indubbia riuscita di questo disco non possa essere considerata una completa sorpresa.

Stupore o meno, Mulitz insieme ai colleghi Daniel Saperstein (basso) ed Emma Baker (batteria) stanno facendo incetta di giudizi lusinghieri e paragoni importanti da ogni dove. Per descriverli si utilizza una moltitudine di grandi nomi del passato: Wire, Devo, Cars, Fugazi, B-52’s, Breeders, e chi più ne ha più ne metta. Il bello dei Flasher è che riescono a inglobare riconoscibilmente tutto ciò, centrifugandolo in un suono giocoforza un po’ derivativo, ma accortamente essenziale e non ridondante: tutte e 10 le tracce possono vantare una specifica indipendenza dalle altre, rimanendovi legate soprattutto da come vengono fatti suonare basso e chitarra. Sono questi due strumenti che riportano indietro nel tempo, e segnatamente tra fine ’80 e primi ’90, le canzoni del trio di Washington, che oltre a un colto spirito alternative-vintage ha come obbiettivo primario far saltare e strepitare come ogni buon gruppo (post-)punk che si rispetti.

Se poi c’è anche qualche gioiellino in scaletta, il dado è tratto: si ascolti ‘Material‘, che potrebbe essere stata scritta dalle Elastica, o ‘Who’s Got Time‘, che vede intrecciarsi perfettamente le voci di tutti e tre i componenti del gruppo, oppure il singolo ‘Pressure‘, una versione catchy dei Fugazi, o ancora la conclusiva ‘Business Unusal‘, alt-pop con tanto di fiati. Insomma, in ‘Constant Image‘ c’è tutto quanto ci dovrebbe essere in ogni ottimo album indie-rock, e pure nelle giuste dosi. Tenendo sempre bene a mente che si tratta di un esordio, era davvero difficile fare meglio.

VOTO: 🙂



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