Jack White: ‘Boarding House Reach’ (Third Man, 2018)

Circa un anno fa, era marzo 2017, Jack White si chiuse in un piccolo appartamento da solo, con una strumentazione essenziale e rigorosamente analogica, “quella che usavo a 15 anni“. Voleva che le canzoni che si apprestava a scrivere arrivassero nella sua testa prima che nei suoi strumenti. Alla luce di ciò e di quanto si può ascoltare in ‘Boarding House Reach‘, è indubbio pensare che White di immaginazione ne abbia parecchia. Il suo terzo album solista è di gran lunga il suo disco più complesso, e più che canzoni pensate in un appartamento, sembrano il risultato di lunghe jam session. In effetti, tra i credits ci sono due-tre musicisti per strumento, tutti di lunghissimo curriculum, dunque è facile ipotizzare che i brani abbiano subito un lungo re-work.

Certamente siamo di fronte a un disco per cui sarebbe imprudente dare qualsiasi giudizio dopo pochi ascolti, tanto irregolari sono le sue strutture e tanto improvvisi sono i cambiamenti di ritmo, mood, genere musicale e strumentazione utilizzata. Dobbiamo dirvi che ‘Boarding House Reach‘ a noi piace proprio per questo, per la sua imprevedibilità, che è comunque opera di grandissimi musicisti capitanati da un masterclass come White che ci mette, piaccia o no il risultato finale, tutto sé stesso. Ha i limiti di non avere singoli eccezionali, e di essere spesso molto auto-refernziale, puntando più a mostrare talenti che ad arrivare da qualche parte. Forse, tra qualche anno, potendo scegliere, andremo a risentirci più volentieri gli album dei White Stripes o dei Raconteurs che non questo. Però è un lavoro che vi consigliamo di ascoltare con attenzione, perché diverso da quanto fatto da Jack finora, e soprattutto diversissimo dalle omologazioni imperanti di questi tempi, specialmente quando si tratta di musiche eredi del blues.

VOTO: 🙂



 

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