Jeff Tweedy: ‘Warm’ (dBpm, 2018)

Genere: country/folk | Uscita: 30 novembre 2018

Da ragazzino, Jeff Tweedy andava in giro a dire di saper suonare la chitarra, anche se non era vero. La madre gliene aveva regalata una quando aveva sei anni, ma non se ne era mai troppo occupato, servendosene solamente per un po’ di vanto con gli amichetti. Fu soltanto qualche anno dopo, costretto a un estate in casa per un incidente in bicicletta, che pensò di iniziare a dedicarvisi seriamente: quantomeno, nessuno avrebbe potuto scoprire quella bugia perpetrata per anni. Se ne appassionò in fretta, anche grazie al migliore amico dei tempi del liceo, Jay Farrar, che insieme ai due fratelli Wade e Dade suonava in un gruppo rockabilly. Si unì a loro, litigando ben presto con un po’ tutta la famiglia Farrar, principalmente per divergenze artistiche: a Jeff il rockabilly annoiava, preferiva la musica country, e voleva suonare solo quella. Resistette solo Jay, con cui nel 1987 fondò gli Uncle Tupelo e condivise i primi successi. Il connubio durò abbastanza, sette anni e quattro album, fino a che una turbolenta separazione (per cui volarono letteralmente gli stracci) pose fine sia al gruppo che all’amicizia.

Jeff proseguì imperterrito a suonare folk, rock e country con una nuova band, finalmente di sua esclusiva pertinenza, chiamata Wilco. A parte il bassista John Stirratt cambiò diverse volte i musicisti, scegliendone di sempre più bravi, capaci ogni volta di ‘reinventare’ le canzoni che scriveva e di portarle al pubblico dominio e anche a un Grammy Award (nel 2005 per ‘A Ghost Is Born‘). Dopo altri 10 LP in comunione, e sorpassati i 50 anni, Tweedy è però entrato in una fase di profonda introspezione: ha scritto un’autobiografia (‘Let’s Go So We Can Get Back‘) e contemporaneamente composto questo suo primo album solista di inediti, in cui auto-analisi e intime confessioni vanno a braccetto.

Jeff non poteva non tornare all’essenzialità della sua voce e della chitarra acustica (come quando stava negli Uncle Tupelo) per raccontare così in profondo sé stesso, i propri errori, le proprie sconfitte. E’ davvero poco auto-indulgente il musicista americano, anche se estremamente sincero e trasparente. Ed è proprio il racconto di sé ciò che rende questo disco importante, dal punto di vista emotivo probabilmente anche di più degli ultimi lavori dei Wilco. Rispetto ai quali si sente la mancanza degli altri musicisti (a parte una comparsata di Glenn Kotche), e dunque della colta complessità delle canzoni della band di Chicago. ‘Warm‘ è giocoforza più disadorno, elementare, dal punto di vista prettamente musicale anche un po’ prevedibile. Non contiene alcuna ‘Jesus Etc.‘ o ‘Impossible Germany‘, ma è una sentitissima riflessione sul senso della vita e dell’essere artista che vale la pena ascoltare ma soprattutto leggere, andando a recuperarne i testi.

VOTO: 🙂



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