Julien Baker: ‘Little Oblivions’ (Matador, 2021)

Genere: indie-folk/rock | Uscita: 26 febbraio 2021

Prima ancora di diventare Julien Baker la cantautrice, Julien Baker la ragazza nata in Tennessee suonava in una band chiamata Star Killer. Vi rimase fino a che, nel 2015, si trasferì nel campus dell’università. Fu proprio nei locali dell’ateneo, tra il dormitorio e ad alcune aule aperte fino a tardi, che cominciò a scrivere le canzoni di quello che sarebbe stato il suo primo album, ‘Sprained Ankle‘, uscito nel 2015 e immediato catalizzatore di attenzioni nei suoi confronti. Un disco molto essenziale, incentrato esclusivamente su voce e chitarra, estremamente autentico e trasparente a proposito di un’adolescenza non serenissima, con l’educazione dogmaticamente cattolica ricevuta da bambina che mal si relazionava con la propria sessualità, e un’impegnativa lotta contro l’abuso di sostanze da cui era uscita vincitrice. Una formula solo leggermente ispessita due anni dopo in quel ‘Turn Out The Lights‘ (2017) della consacrazione, sophomore a cui è seguita la hype-atissima adesione alle Boygenius, il super-gruppo formato insieme a Phoebe Bridgers e Lucy Dacus.

Un triennio molto intenso, dunque, che aveva riportato la giovane cantautrice a ricadere nelle dipendenze già patite qualche anno prima, divenute, con la consueta sincerità, parte delle confessioni contenute nel suo terzo LP in carriera. ‘Little Oblivions‘ è diverso dai due episodi precedenti soprattutto per l’utilizzo di una strumentazione molto più vasta: non solo chitarre e pianoforte, ma anche basso, batteria, sintetizzatori, banjo e mandolino, tutti suonati dalla stessa Julien da vera e propria one-women-band, che hanno trasformato il suo suono da prevalentemente folk a prevalentemente rock, come ai tempi del college e delle Star Killer.

Sono tutte ballate le 12 canzoni disposte nella scaletta di un lavoro che mostra un’artista senza più paura di uscire da quella che era diventata una propria peculiare comfort-zone musicale. ‘Little Oblivions‘ perde però un bel po’ di quella raccolta intimità che aveva molto emozionato, specialmente nell’esordio di sei anni fa. Si porta, con i suoi arrangiamenti molto più nutriti, su territori decisamente più trafficati. Non ci sono dubbi si tratti di un altro bel disco, ma appare meno riconoscibile rispetto ai due precedenti, o a un’opera caratterizzante come ‘Punisher‘ della collega/amica Phoebe Bridgers. Lo si ascolta comunque con grande piacere: brani come ‘Hardline‘, ‘Faith Healer‘, ‘Highlight Reel‘ e soprattutto ‘Song In E‘ non li sanno scrivere in molti, soprattutto ad appena 25 anni.

VOTO: 🙂



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