La Top 5 dell’anno: 1997

In ‘Alta Fedeltà’, il romanzo più celebre di Nick Hornby, il protagonista, proprietario di un negozio di dischi, era solito ‘giocare’ con i propri dipendenti/amici nel redarre alcune classifiche, composte solamente da cinque posizioni, sugli argomenti più disparati. Ovviamente, grande spazio avevano quelle musicali. Analogamente, e anche in quanto colta citazione (tutti voi, se non l’avete già fatto, dovreste leggere ‘Alta Fedeltà’), si è pensato di fare un analogo giochino a proposito degli album pubblicati negli ultimi 24 anni. Ovviamente sono classifiche che non hanno alcuna pretesa di avere un valore assoluto, ma vogliono essere soltanto un modo per ricordare i bei tempi andati e alcuni album che hanno fatto la storia recente.


1. Radiohead: ‘OK Computer’ (Parlophone, 1997)

Se ‘The Bends‘ era stato l’album del risorgimento, ‘OK Computer‘ fu per i Radiohead il disco della definitiva svolta e della imperitura consacrazione. L’idea di non voler per nulla replicare il fortunatissimo lavoro precedente la dice lunga sull’approccio artistico della band di Oxford, che riuscì ad avere ampio budget e carta bianca sia in termini di produzione che per tempistiche di realizzazione. Insieme al fido Nigel Godrich, per la prima volta producer, il quintetto inglese sintetizzò un suono mai ascoltato prima, certamente meno irruente e più dilatato rispetto a ‘The Bends‘, ma a esso anche affine soprattutto nelle ballate più intime. Indicativo il primo singolo scelto, ‘Paranoid Android‘, una composizione di 6 minuti con tre decisi cambi di ritmo e atmosfere. ‘OK Computer‘ venne giudicato dalla EMI troppo sperimentale per poter avere successo commerciale: previsione completamente errata, visto che a febbraio 1998 erano già due milioni le copie vendute, grazie a canzoni diventate storia come ‘Karma Police‘ e ‘No Surprises‘, o capolavori come ‘Lucky‘ ed ‘Exit Music‘.


2. Blur: ‘Blur’ (Food, 1997)

Se universalmente ‘OK Computer‘ è considerato il disco che mise fine alla stagione del brit-pop, il quinto omonimo album dei Blur è senza alcun dubbio quello che gli diede il colpo del KO. Ciò avvenne per mano di una sua band simbolo, che aveva deciso di abbracciare l’indie-rock più americano che c’era. Il ‘merito’ fu soprattutto del chitarrista Graham Coxon, grande e dichiarato fan dei Pavement: nel repertorio del quartetto entrarono dunque suoni ruvidi, distorti, lo-fi. Persino Albarn cambiò il modo di scrivere i testi e cominciò a parlare in prima persona. Nonostante ciò, Damon e compagni continuarono a sfornare singoli che sarebbero diventati evergreen come ‘Beetlebum‘ e ‘Song Two‘. Con questo LP, i Blur scelsero un percorso artistico di cambiamento ed evoluzione che li affrancò definitivamente dai continui paragoni con gli Oasis, e che portò a superarli dal punto di vista del prestigio.


3. Mogwai: ‘Young Team’ (Chemikal Undergorund, 1997)

Erano davvero un giovane team i Mogwai nel 1997. Poco più che ventenni, avevano attirato l’attenzione di una delle etichette emergenti di Glasgow, la Chemikal Undergound. Una più vasta attenzione la catalizzarono appena pubblicato questo LP, che rimarrà nella storia del post-rock sia per averne allargato gli orizzonti, ma anche per averlo fatto uscire dalla strettissima nicchia in cui era confinato. Beninteso, non c’è assolutamente nulla che può essere minimamente definito commerciale o pop in questo disco, in cui è presente solo un brano cantato e nemmeno tutto. Chiave del successo anche di pubblico sono composizioni che, nei loro continui susseguirsi di quiete e tempesta, riescono a dare empatia grazie a personalissime linee melodiche.


4. Verve: ‘Urban Hymns’ (Hut, 1997)

Nonostante la succitata fine, il brit-pop ebbe l’ultimo colpo di coda con il terzo album dei Verve, band proveniente dalla tranquilla Wigan capitanata dal magrissimo Richard Ashcroft. Il gruppo inglese riuscì a trovare soluzioni meno respingenti della complessa e stratificata psichedelia dei lavori precedenti, optando per una formula, per l’appunto, più British e più pop (nel senso buono del termine). Traino immenso venne dato dal felice campionamento di archi inserito in ‘Bitter Sweet Simphony‘ (e dal relativo video), uno dei singoli di maggior successo di tutti gli anni ’90. Per arrivare a 10 milioni di copie vendute (dato del 2015) non bastava però una sola canzone: ‘Lucky Man‘, ‘Sonnet‘ e soprattutto ‘The Drugs Don’t Work‘ sono altri evergreen giunti fino ai giorni nostri, ma a dare spessore al disco furono anche le tracce non divenute singoli, che si ricollegavano con il passato di psych-rockers del quintetto spingendo maggiormente sul pedale della sperimentazione sonora.


5. Grandaddy: ‘Under The Western Freeway’ (V2, 1997)

L’importanza di una band come i Pavement è evidente anche in un altro album del 1997 che servì al lancio di un gruppo ancora oggi ritenuto importante: i Grandaddy di Jason Lyltle, che esordirono con quello che probabilmente rimane il loro lavoro migliore. La lezione lo-fi del seminale gruppo californiano doveva risultare chiarissima ad altri californiani, che di loro vi aggiunsero psichedelia e malinconia, ben interpretata dalla solo apparente fragilità della voce di Lytle. Il singolo ‘180 AM‘ è ancora oggi qualcosa di clamoroso, ma tutto il disco ha un suono personale e peculiare (‘Summer Here Kids‘, ‘Go Progress Chrome‘) che poche band, antiche o attuali, riescono a conferire alle proprie composizioni.


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