La Top 5 dell’anno: 1999

In ‘Alta Fedeltà’, il romanzo più celebre di Nick Hornby, il protagonista, proprietario di un negozio di dischi, era solito ‘giocare’ con i propri dipendenti/amici nel redarre alcune classifiche, composte solamente da cinque posizioni, sugli argomenti più disparati. Ovviamente, grande spazio avevano quelle musicali. Analogamente, e anche in quanto colta citazione (tutti voi, se non l’avete già fatto, dovreste leggere ‘Alta Fedeltà’), si è pensato di fare un analogo giochino a proposito degli album pubblicati negli ultimi 24 anni. Ovviamente sono classifiche che non hanno alcuna pretesa di avere un valore assoluto, ma vogliono essere soltanto un modo per ricordare i bei tempi andati e alcuni album che hanno fatto la storia recente.


1. Sigur Ros: ‘Agaetis Byrjun’ (Smekkleysa, 1999)

Sebbene al di fuori dell’Islanda questo secondo album dei Sigur Ros arrivò nel 21° secolo, il disco fu originariamente pubblicato a giugno 1999. Si trattava del secondo LP della band di Reykjavik, che al proprio bagaglio fondamentalmente ambient aggiunse le chitarre (spesso suonate dal leader Jonsi con un archetto da violino) e un più diffuso cantato (in lingua madre). Il quartetto nordico sintetizzò così un suono totalmente originale, una sorta di post-rock ad altissimo impatto emozionale che scatenò un fitto passaparola dapprima nella stessa Islanda, dove a fine anno era già primo in classifica, e quindi nel mondo anglo-sassone. Si può tranquillamente affermare che fu uno dei primi LP a beneficiare di un hype generato sul Web, che portò ‘Svefn-g-englar‘ e ‘Ny Batteri‘, i due singoli, fino all’heavy rotation di MTV. Per canzoni quasi sempre sopra i 7 minuti e cantate in islandese, fu davvero qualcosa di eccezionale, fulgido esempio di come l’arte nella sua forma più pura possa infrangere tutte le barriere.


2. Flaming Lips: ‘The Soft Bulletin’ (Warner Bros., 1999)

Il 1999 fu l’anno della consacrazione anche per un’altra band assolutamente seminale come i Flaming Lips. In pista sin dai primi anni ’80, avevano già all’attivo otto album, senza mai, però, raggiungere un pubblico molto più vasto di quello degli appassionati, anche per un’attitudine alla sperimentazione che costituiva un’ostica barriera all’ingresso di nuovi fan. Con ‘The Soft Bulletin‘ tutto cambiò: non si trattava certo di un disco pop, ma era comunque costituito da composizioni che più tradizionalmente abbracciavano la forma canzone. La recente esperienza del produttore Dave Fridmann con i Mercury Rev (peraltro band formata da ex-Flaming Lips) influì certamente nel suono del disco, come ‘Deserter’s Songs‘ orchestrale e stratificato ma se possibile ancor più psichedelico (tanto che la foto usata per la copertina era tratta da un articolo sull’LSD). Soprattutto i due singoli ‘Race For The Prize‘ e ‘Waitin’ For A Superman‘ resero i Flaming Lips una band di pubblico dominio.


3. Built To Spill: ‘Keep It Like A Secret’ (Warner Bros., 1999)

Analogamente ai Flaming Lips, anche per i Built To Spill il 1999 fu l’anno della svolta. Giunti al quarto LP in carriera, decisero di ‘tagliare’ le lunghissime composizioni che erano soliti proporre dando loro una forma più concisa e regolare. ‘Keep It Like A Secret‘, così, divenne un album di meravigliose canzoni ‘coperte’ da autentici muri di chitarre, con le quali Doug Martsch riuscì nell’intento di incrementare il proprio seguito rimanendo coerente con la reputazione ‘alternative’ costruita negli anni. Sebbene non abbia avuto l’immortalità dei due album sopra citati, è una pietra miliare dell’indie-rock americano di altrettanta valenza.


4. Magnetic Fields: ’69 Love Songs’ (Merge, 1999)

Fu in un bar gay di Manhattan che a Stephen Merritt venne l’idea di darsi a quello che in Italia è chiamato il teatro di rivista, ovvero un mix di canzoni, sketch e balletti che imperversava soprattutto prima della seconda guerra mondiale. Con questo intento decise di scrivere 100 canzoni, poi ridotte a 69 “per presentare me stesso al mondo“. Cominciò quindi fare il giro dei migliori locali di New York per trovare le giuste ispirazioni e raggiungere così l’agognato traguardo delle 69 canzoni. Le composizioni spaziavano moltissimo tra i generi musicali (dal folk al synth-pop con persino qualche escursione jazz) e la tematica sentimentale, centrale fin dal titolo, cambiava continuamente punto di vista: gli amori narrati erano allo stesso modo eterosessuali, bisessuali e omosessuali. I Magnetic Fields riuscrono nell’autentico miracolo di mantenere un livello qualitativo altissimo in tutte le 2 ore e 52 minuti di durata dell’opera.


5. Travis: ‘The Man Who’ (Independiente, 1999)

Molti di voi potrebbero non essere d’accordo con questa quinta posizione, e siamo i primi ad ammettere che il secondo album dei Travis non ha lo spessore dei quattro elencati in precedenza. ‘The Man Who‘ è però uno dei più grossi passi in avanti che una band abbia saputo conseguire tra l’esordio e il sophomore. Un po’ come accadde ai Radiohead, evidente punto di riferimento per la band scozzese, tanto da convocare Nigel Godrich alla produzione di questo disco. Ne divennero una versione meno avanguardistica e più melodica, riuscendo comunque a esserne una credibile variazione sul tema ‘malinconia radioheadiana‘. Merito dello stesso Godrich, perfetto in fase di produzione, ma anche delle loro migliori composizioni di sempre, tutte racchiuse in questo lavoro: ‘Why Does It Always Rain on Me?‘, ‘Writing To Reach You‘ e ‘Driftwood‘, divenuti col tempo veri e propri evergreen, cosi’ come lo stesso ‘The Man Who‘, che ad oggi ha venduto circa due milioni e settecentomila copie.


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