L’italiano del mese: Dimaritno, ‘Afrodite’ (42 Records/Piccica, 2019)

Genere: it-pop | Uscita: 25 gennaio 2019

Non è certo uno dei miracolati da Calcutta, Antonio Di Martino. Fa musica da più di vent’anni, dal 1998, quando insieme ad alcuni amici fondò i Famelika, due album all’attivo e base di partenza fondamentale anche per il progetto Dimartino, dal momento che tre componenti su quattro sono gli stessi. Con la ‘nuova’ band, che incolla in un’unica parola il proprio cognome, è arrivato al quarto LP, cinque se si considera ‘Un mondo raro‘, l’omaggio a Chavela Vargas realizzato insieme a Fabrizio Cammarata un paio di anni fa.

Tutto questo per far comprendere come il cantautorato del musicista palermitano sia in campo da ben prima dell’esplosione della cosiddetta “nuova scena indie italiana”, e dunque da tempi non sospetti. Forse, sui tempi, anche un po’ troppo in anticipo, ed è probabilmente una delle ragioni di ‘Afrodite‘: ridare ad Antonio ciò che Antonio merita. A renderlo possibile ci ha pensato Matteo Cantaluppi, il produttore italiano probabilmente più redditizio del momento, colui che permesso ai Thegiornalisti di arrivare al Forum di Assago e ai Canova di passare dal Circolone di Legnano all’Alcatraz di Milano.

E’ dunque un ingresso ‘nel giro giusto’ quello dei Dimartino, e una discreta svolta stilistica: entrano in gioco sintetizzatori, accattivanti giri di basso, tutto si fa incontrovertibilmente catchy, attraente come la dea che dà il titolo al disco. La formula non è poi così diversa da quella dei succitati Calcutta e Thegiornalisti: la tradizione cantautorale del nostro paese (qui soprattutto Battisti e Dalla) rivisitata in chiave contemporanea. Riferimento principale, citato dallo stesso Di Martino in questa intervista a Ondarock, è però Sebastien Tellier, cantautore francese, esempio plastico di trait d’union, nel suo caso tra i vecchi chansonnier e la coolness del French Touch.

La band siciliana dunque, volente o nolente, si accoda a ciò che in questo momento va di moda: difficile prevedere se l’operazione fornirà benefici a livello di popolarità e vendite, ma di certo ne ha portati parecchi a livello artistico. ‘Afrodite‘ gode del particolare stato di grazia del suo autore (divenuto recentemente padre), che non era mai stato così ficcante con una tale continuità, e si pone come fulgido esempio per una scena che non ha mai dato troppa importanza a profondità e spessore. Sono i due aspetti che innalzano questo disco un paio di livelli sopra la media, mostrando il vero significato del termine cantautorato, per il quale la cura dei testi non può essere limitata al mero citazionismo o, peggio ancora, alla giustapposizione casuale di vocaboli. Di Martino racconta storie (‘La luna e il bingo‘), illustra concetti (‘Pesce d’aprile‘), trasmette stati d’animo (‘Due personaggi‘, ‘Feste comandate‘), le sue canzoni forniscono un’ulteriore dimensione all’ascolto, quella dello stare a sentire. Al contempo, attuano uno dei propositi essenziali della musica pop: farsi cantare. Pezzi come ‘Giorni buoni‘, ‘Cuoreintero‘ e ‘Ci diamo un bacio‘ lo permetteranno per parecchio tempo.

VOTO: 😀